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Posts Tagged ‘musica’

Silenzio

A volte certi discorsi nascono come una battuta, e poi invece finiscono per dar vita a interessanti riflessioni. Per me è capitato quando ho scoperto 4’33” di John Cage.

Ho conosciuto questa opera grazie ad una vignetta di XKCD:

XKCD - Silence

Non sapevo dell’esistenza di un’opera del genere, e sono lieto di essere “uno dei diecimila di oggi” – un riferimento ad un’altra vignetta che sostiene che ogni giorno ci sono diecimila persone che imparano qualcosa “che tutti sanno”. John Cage scrisse questo brano nel 1952, indicando che doveva essere eseguito in tre movimenti da qualunque strumento (o da una qualunque combinazione di strumenti). L’unica istruzione fornita all’esecutore è quella di tacere per quattro minuti e trentatré secondi. Leggi tutto…

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Giuda, Andrew Lloyd Webber e la comunicazione di massa: i dubbi dell’uomo moderno in Jesus Christ Superstar

21 marzo, 2013 5 commenti

Jesus Christ Superstar è una delle opere di maggior successo di Andrew Lloyd Webber, uno che pure di successi ne ha fatti parecchi. Nata nel 1970 come rock opera, scritta con un paroliere del calibro di Tim Rice, fu in breve portata a Broadway, e nel 1973 Norman Jewison ne diresse un celebre adattamento cinematografico.

Com’è noto ai più, l’opera segue le vicende della Passione di Gesù, iniziando pochi giorni prima dell’ingresso trionfale in Gerusalemme e concludendosi con la crocifissione, anziché come spesso capita con la resurrezione (si veda ad esempio La Passione di Cristo di Mel Gibson). Ovviamente, trattandosi di una rappresentazione della Passione la narrazione evangelica viene arricchita, e in particolare alcuni passaggi sono approfonditi a scopi drammatici.

Un’opera controversa?

Jesus Christ Superstar tuttavia racconta la vicenda in un modo caratteristico, non solo per alcuni aspetti tecnici, come la musica rock o l’inserimento intenzionale di numerosi anacronismi (celebre, nel film, la scena di Giuda inseguito da carri armati che “danzano” sulle note di un leggero flauto). La prospettiva tradizionale, incentrata su Gesù, viene spesso ribaltata, tanto che secondo molti critici il vero protagonista dell’opera è Giuda Iscariota. Il discepolo viene rappresentato in un’ottica più vicina alle tradizioni anglosassoni che a quelle latine: egli infatti si presenta nel brano di apertura come il braccio destro di Gesù, il primo dei discepoli, quello che più di tutti crede che quel predicatore disceso dalla Galilea sia il Messia di cui parlano le Scritture. Tuttavia, all’immagine di un nuovo Mosè, un eroe che avrebbe guidato gli Ebrei per liberarli dal dominio romano, si contrappone quella di un uomo che ai suoi occhi sta “perdendo il controllo” delle sue parole, che non si rende conto di quale grande opportunità ha e spreca tutti gli sforzi e le speranze dei suoi seguaci, abbandonandosi ad un destino che lo porterà ad una fine atroce.

Questa prospettiva che riscatta Giuda, alcune frasi che l’opera attribuisce a Gesù e alcune deviazioni dai racconti biblici hanno attirato critiche (a volte anche feroci) da parte di alcuni commentatori. Personalmente, ritengo che le opere migliori sulla Passione siano proprio quelle che rompono l’interpretazione ortodossa, perché ci costringono a riflettere sulla vicenda – riflessione che, in fondo, sarebbe esattamente parte di quel messaggio di rottura portato da Gesù. Mi vengono in mente, su tutti, due film, il già citato La Passione di Cristo di Mel Gibson e L’ultima tentazione del Cristo di Martin Scorsese, che proprio per la loro carica provocatoria e dirompente invitano alla riflessione più di qualunque rappresentazione tradizionale.

Il vero tema di Jesus Christ Superstar

Ma non voglio divagare. Sugli aspetti controversi della rappresentazione religiosa si sono scritti fiumi di inchiostro, reale e digitale, e non voglio addentrarmi nella questione. Preferisco invece proporre una mia personale interpretazione di Jesus Christ Superstar: ritengo infatti che il vero protagonista dell’opera non sia Gesù, non sia nemmeno Giuda, non siano Pilato, Maria Maddalena, né tantomeno Pietro che praticamente non compare. Il vero tema di Jesus Christ Superstar è la comunicazione, e il rapporto che essa instaura tra le persone e il potere, intendendo il “potere” in senso lato come la capacità di crearsi un seguito fedele. Leggi tutto…

Perché la mononota di Elio merita i riconoscimenti della critica

28 febbraio, 2013 2 commenti

Le luci su Sanremo si sono spente da una decina di giorni, e ormai il Festival è stato archiviato. Quello che non è archiviato è il dibattito su La canzone mononota, l’originale brano di Elio e le Storie Tese che ha ottenuto il secondo posto (un fallimento per Eelst, che puntavano al quarto), il premio della critica, quello per il miglior arrangiamento e il Premio della Sala Stampa Radio, Web e Tv.

Se da un lato il successo di critica è stato indiscutibile, dall’altro il pubblico si è un po’ diviso tra coloro che gridano al capolavoro e gli scettici. Se i commenti di Youtube possono essere considerati minimamente rappresentativi della reazione popolare (e tutti sappiamo che non lo sono), alcune voci sono estremamente critiche, giungendo a dire che la canzone “non ha senso”, “è ridicola”, è “lo scarto della musica”.

Non voglio stare a discutere dei motivi ultimi per i quali un pezzo che, in ultima analisi, è un saggio di musica non venga apprezzato, perlomeno da un certo tipo di pubblico. E non voglio neanche ricordare come, grazie a Eelst e alla cassa di risonanza che è Sanremo, si siano riscoperti il Samba de uma nota só di Jobim e un paio di opere di Rossini: l’aria Chi disprezza gl’infelici, che pare nasca dall’inadeguatezza della cantante, e l’Addio alla vita. Forse anche l’inno cubano adesso è più conosciuto.

Ritengo tuttavia che, pur nella peculiarità della manifestazione musicale che è il Festival di Sanremo, i premi della critica siano più che giustificati. Leggi tutto…

Le regole della creatività

Come spesso accade quando parlo di fotografia e di arte in generale, lo spunto per questa riflessione mi viene da un articolo di Pega. Nel post, il nostro ragiona su come l’espressione di un bambino sia libera, e man mano che cresciamo ci vengono instillate limitazioni che creano poco per volta una sorta di “paura di creare”. La discussione è continuata nei commenti, come è giusto che sia, con molte voci in accordo con la tesi ma anche alcuni pareri contrastanti. Ho già esposto il mio pensiero proprio in risposta a quel post, ma il concetto mi è rimasto in testa, e si è fuso con un vecchio tema che mi trovo ad affrontare da anni: la natura della creatività.

Vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare del processo creativo. Si diceva che la creatività, intesa come libertà espressiva, viene “limitata” dalle regole e dai canoni che assimiliamo nel corso della vita. La domanda quindi è: è bene imporre regole e vincoli a chi crea arte?

Sia chiaro che la riflessione riguarda un ambito puramente artistico. Chi si trova a fotografare eventi per un giornale o un pubblicitario, o a scrivere colonne sonore per un film, o a scrivere il discorso del Presidente degli Stati Uniti deve ovviamente sottostare a tutta una serie di leggi scritte e non scritte che riguardano lo specifico tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Lascerò quindi fuori i casi in cui un mezzo creativo di comunicazione viene usato per fini diversi da quelli puramente artistici.

Torniamo dunque alla domanda iniziale. Per poter rispondere, bisogna capire qual è l’utilità dei vincoli. Sembra facile dire che l'”arte” è espressione libera, pura forza creativa; ma se così fosse, perché mai qualcuno avrebbe “creato” le regole?

La mia risposta è che l’espressione artistica di per sé è vuota. È indubbiamente creativo tracciare segni a caso, come fa il bambino di cui parla Pega.

Pure le regole, di per sé, sono vuote. Se voglio rispettare la regola dei terzi a tutti i costi, la prossima volta che io, fotografo, farò una fototessera, eviterò di inquadrare il cliente bello centrato. Lo metterò sul terzo inferiore sinistro. Perché è la regola.

Mi sembra chiaro che il primo esempio non è comunicativo, e il secondo non è creativo. Il risultato migliore si ottiene quando i due estremi vengono mediati, quando si raggiunge l’equilibrio tra regole e libertà (e questo, permettetemi di dirlo, non vale solo nell’espressione artistica). Alla creatività pura manca qualcosa; alle rigide regole pure. Che cosa? La comunicazione.

Ho cercato di distinguere tra creatività ed espressione. Questo perché non necessariamente chi si esprime lo fa in modo creativo, e non necessariamente la creatività esprime qualcosa. Sopra a questa distinzione, ne aggiungo un’altra: quella tra espressione e comunicazione. La comunicazione è un tipo di espressione strutturata, conscia del destinatario a cui si rivolge e del mezzo che sta usando. Questa coscienza si traduce nell’utilizzo di tecniche specifiche adattabili alla situazione: ognuna è caratterizzata dalle sue regole, dai suoi divieti e dalle sue eccezioni.

Eccoci dunque al bandolo della matassa. Se non si comunica qualcosa, esprimersi liberamente sembra inutile. Per comunicare, ci vuole innanzitutto qualcosa da comunicare; ma per comunicare efficacemente bisogna conoscere e rispettare le regole del mezzo. Tuttavia, l’efficacia della comunicazione passa anche dalla bellezza della forma espressiva, e indubbiamente ci vuole un’espressione creativa. Regole e creatività sono strettamente legate l’una alle altre, un po’ come i mattoni e la malta: i primi danno forma e carattere al muro, ma è la malta che li tiene insieme e li rende solidi.

Tolto il terzo...
Tolto il terzo…, foto di Simone Saviolo su Flickr.

Quindi le regole vanno sempre rispettate? No. La prima regola da ricordare è che ogni regola ha le sue eccezioni, soprattutto in ambito creativo. Esistono due modi principali per uscire dagli schemi: uno consiste nel violarli bellamente. Nelle arti figurative (pittura, fotografia, e persino scultura), una composizione non ortodossa potrebbe avere l’obiettivo di centrare l’attenzione su qualcosa in particolare, rompendo l’equilibrio dei canoni tradizionali. In musica, allo stesso modo, un accordo dissonante o una chiusura non definitiva può creare sospensione, tensione, scomodità. In generale è bene mettere l’ascoltatore o lo spettatore a suo agio, e il modo per farlo è stato studiato per secoli, tanto che oggi abbiamo regole ben codificate che ci permettono di fare “le cose standard”. Talvolta però il nostro intento è quello di disorientare il pubblico, e per farlo possiamo violare i divieti della tradizione.

Diversamente, le regole possono essere “forzate dall’interno”: l’esempio principe, in questo senso, è quello del Manierismo, il movimento artistico che nel Seicento si “ribellò” all’ordine armonioso dell’Umanesimo e del Rinascimento proponendo nuove ardite soluzioni che pure rispettavano formalmente i canoni della classicità. Nella foto sopra ho fatto una specie di parodia della regola dei terzi: ho posto le linee ovunque tranne che lungo i terzi del quadro, creando una divisione principale in quattro parti, e alcune divisioni più piccole. In questo caso, il mio intento era quello di rovesciare le linee guida che impongono di identificare un soggetto predominante: di solito, quando si fotografa un paesaggio, si sceglie se dare risalto al cielo o al terreno mettendo l’uno o l’altro a occupare i due terzi dell’immagine. Non trovando se era più importante la strada, gli alberi, il cielo o le risaie, ho preferito creare un’immagine altamente simmetrica, rispettando quindi gli studi sulle linee di fuga, ma eliminando la posizione di prestigio dei cosiddetti punti forti.

In conclusione, in ogni ambito artistico il principio da seguire è uno solo: le regole devono essere conosciute e profondamente comprese, ma talvolta vanno violate. L’importante è farlo consapevolmente, dopo aver capito lo scopo e l’essenza di una regola, in modo da usare coscientemente una soluzione che non la rispetti al fine di raggiungere un preciso obiettivo, che non coincide con quello “normale”. Questo è ciò che distingue esperimenti studiati da realizzazioni approssimative e da freddi prodotti che potremmo quasi dire “industriali”.

In altre parole, il rispetto della forma aiuta l’efficacia della comunicazione, e la rottura non è altro che il modo “giusto” di esprimere un messaggio forte. Il che, ancora una volta, dimostra il vecchio adagio: l’eccezione… conferma la regola!

La musica e il patto col diavolo

25 ottobre, 2012 3 commenti

Fin dall’antichità, le opere e le azioni particolarmente pregevoli sono state considerate frutto di un talento sovrumano… tant’è vero che spesso le si attribuivano ad un intervento divino. Ma ad un certo punto, nel Medioevo, ha iniziato a farsi strada una tradizione diversa: ritenerle opera del diavolo.

Sia chiaro, non le si bollavano come delle “diavolerie”, come si è fatto in tempi più recenti con le innovazioni tecnologiche; al contrario, le si ammiravano, e si diceva – forse per sincero stupore, forse per invidia – che il loro autore doveva aver fatto un “patto con il diavolo”, vendendo la sua anima in cambio di un’abilità fuori dal comune. Ecco allora spuntare un notevole numero di ponti del diavolo, strutture così ardite che evidentemente l’architetto doveva essersi impegnato ad uccidere venticinque vergini in una notte di luna piena.

Ma non finisce certo qui… Leggi tutto…

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