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Archive for the ‘Fotografia’ Category

Ma il filtro UV serve davvero?

30 maggio, 2013 3 commenti
UV Filter 6159

Molti appassionati di fotografia sostengono che il primo accessorio da aggiungere ad un nuovo obiettivo è il filtro UV. Il filtro UV blocca le radiazioni ultraviolette, il che significa che otticamente è pressoché inutile. Tuttavia, viene proposto come una protezione meccanica: uno strato di vetro il cui scopo principale è quello di evitare che polvere, graffi e piccoli proiettili arrivino all’elemento frontale dell’obiettivo. Il mantra è sempre quello: se si deve rigare qualcosa, meglio che si righi il filtrino da 20 euro piuttosto che l’obiettivo che ne vale centinaia o migliaia. Ma sarà realmente così? Leggi tutto…

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Operazioni non distruttive in Photoshop

La cronologia delle operazioni effettuate è uno strumento molto utile, che permette di tornare sui propri passi e rimediare ad un errore che si è commesso. In Photoshop questa funzione è svolta dal pannello Storia, grazie al quale si può saltare liberamente da una versione all’altra. Anzi, usando il Pennello Storia (non confondiamo il pannello con il pennello) è persino possibile far riemergere selettivamente alcune parti di una versione selezionata.

Tuttavia, in alcuni casi anche la storia non è abbastanza per soddisfare il nostro desiderio di modificare liberamente. Supponiamo ad esempio di aver fatto una cosa sbagliata seguita da sei giuste: per annullare l’errore dovremmo anche annullare le modifiche successive. A volte il Pennello Storia ci può aiutare, ma non sempre.

Questo accade quando il nostro modo di lavorare è ricco di operazioni distruttive, cioè interventi che vengono applicati all’immagine e che non è più possibile cambiare, ma soltanto annullare e rifare. Di seguito mostrerò alcune tecniche per lavorare in Photoshop in maniera non distruttiva, il che ci permetterà di modificare ogni singola trasformazione in qualunque momento, cambiare l’ordine e la forza delle trasformazioni, cambiare l’area a cui si applicano… Potremmo persino fare un prototipo veloce dell’effetto che vogliamo ottenere, verificando se ci piace prima di procedere a fare ritagli più precisi o regolazioni più fini. Leggi tutto…

Le regole della creatività

Come spesso accade quando parlo di fotografia e di arte in generale, lo spunto per questa riflessione mi viene da un articolo di Pega. Nel post, il nostro ragiona su come l’espressione di un bambino sia libera, e man mano che cresciamo ci vengono instillate limitazioni che creano poco per volta una sorta di “paura di creare”. La discussione è continuata nei commenti, come è giusto che sia, con molte voci in accordo con la tesi ma anche alcuni pareri contrastanti. Ho già esposto il mio pensiero proprio in risposta a quel post, ma il concetto mi è rimasto in testa, e si è fuso con un vecchio tema che mi trovo ad affrontare da anni: la natura della creatività.

Vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare del processo creativo. Si diceva che la creatività, intesa come libertà espressiva, viene “limitata” dalle regole e dai canoni che assimiliamo nel corso della vita. La domanda quindi è: è bene imporre regole e vincoli a chi crea arte?

Sia chiaro che la riflessione riguarda un ambito puramente artistico. Chi si trova a fotografare eventi per un giornale o un pubblicitario, o a scrivere colonne sonore per un film, o a scrivere il discorso del Presidente degli Stati Uniti deve ovviamente sottostare a tutta una serie di leggi scritte e non scritte che riguardano lo specifico tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Lascerò quindi fuori i casi in cui un mezzo creativo di comunicazione viene usato per fini diversi da quelli puramente artistici.

Torniamo dunque alla domanda iniziale. Per poter rispondere, bisogna capire qual è l’utilità dei vincoli. Sembra facile dire che l'”arte” è espressione libera, pura forza creativa; ma se così fosse, perché mai qualcuno avrebbe “creato” le regole?

La mia risposta è che l’espressione artistica di per sé è vuota. È indubbiamente creativo tracciare segni a caso, come fa il bambino di cui parla Pega.

Pure le regole, di per sé, sono vuote. Se voglio rispettare la regola dei terzi a tutti i costi, la prossima volta che io, fotografo, farò una fototessera, eviterò di inquadrare il cliente bello centrato. Lo metterò sul terzo inferiore sinistro. Perché è la regola.

Mi sembra chiaro che il primo esempio non è comunicativo, e il secondo non è creativo. Il risultato migliore si ottiene quando i due estremi vengono mediati, quando si raggiunge l’equilibrio tra regole e libertà (e questo, permettetemi di dirlo, non vale solo nell’espressione artistica). Alla creatività pura manca qualcosa; alle rigide regole pure. Che cosa? La comunicazione.

Ho cercato di distinguere tra creatività ed espressione. Questo perché non necessariamente chi si esprime lo fa in modo creativo, e non necessariamente la creatività esprime qualcosa. Sopra a questa distinzione, ne aggiungo un’altra: quella tra espressione e comunicazione. La comunicazione è un tipo di espressione strutturata, conscia del destinatario a cui si rivolge e del mezzo che sta usando. Questa coscienza si traduce nell’utilizzo di tecniche specifiche adattabili alla situazione: ognuna è caratterizzata dalle sue regole, dai suoi divieti e dalle sue eccezioni.

Eccoci dunque al bandolo della matassa. Se non si comunica qualcosa, esprimersi liberamente sembra inutile. Per comunicare, ci vuole innanzitutto qualcosa da comunicare; ma per comunicare efficacemente bisogna conoscere e rispettare le regole del mezzo. Tuttavia, l’efficacia della comunicazione passa anche dalla bellezza della forma espressiva, e indubbiamente ci vuole un’espressione creativa. Regole e creatività sono strettamente legate l’una alle altre, un po’ come i mattoni e la malta: i primi danno forma e carattere al muro, ma è la malta che li tiene insieme e li rende solidi.

Tolto il terzo...
Tolto il terzo…, foto di Simone Saviolo su Flickr.

Quindi le regole vanno sempre rispettate? No. La prima regola da ricordare è che ogni regola ha le sue eccezioni, soprattutto in ambito creativo. Esistono due modi principali per uscire dagli schemi: uno consiste nel violarli bellamente. Nelle arti figurative (pittura, fotografia, e persino scultura), una composizione non ortodossa potrebbe avere l’obiettivo di centrare l’attenzione su qualcosa in particolare, rompendo l’equilibrio dei canoni tradizionali. In musica, allo stesso modo, un accordo dissonante o una chiusura non definitiva può creare sospensione, tensione, scomodità. In generale è bene mettere l’ascoltatore o lo spettatore a suo agio, e il modo per farlo è stato studiato per secoli, tanto che oggi abbiamo regole ben codificate che ci permettono di fare “le cose standard”. Talvolta però il nostro intento è quello di disorientare il pubblico, e per farlo possiamo violare i divieti della tradizione.

Diversamente, le regole possono essere “forzate dall’interno”: l’esempio principe, in questo senso, è quello del Manierismo, il movimento artistico che nel Seicento si “ribellò” all’ordine armonioso dell’Umanesimo e del Rinascimento proponendo nuove ardite soluzioni che pure rispettavano formalmente i canoni della classicità. Nella foto sopra ho fatto una specie di parodia della regola dei terzi: ho posto le linee ovunque tranne che lungo i terzi del quadro, creando una divisione principale in quattro parti, e alcune divisioni più piccole. In questo caso, il mio intento era quello di rovesciare le linee guida che impongono di identificare un soggetto predominante: di solito, quando si fotografa un paesaggio, si sceglie se dare risalto al cielo o al terreno mettendo l’uno o l’altro a occupare i due terzi dell’immagine. Non trovando se era più importante la strada, gli alberi, il cielo o le risaie, ho preferito creare un’immagine altamente simmetrica, rispettando quindi gli studi sulle linee di fuga, ma eliminando la posizione di prestigio dei cosiddetti punti forti.

In conclusione, in ogni ambito artistico il principio da seguire è uno solo: le regole devono essere conosciute e profondamente comprese, ma talvolta vanno violate. L’importante è farlo consapevolmente, dopo aver capito lo scopo e l’essenza di una regola, in modo da usare coscientemente una soluzione che non la rispetti al fine di raggiungere un preciso obiettivo, che non coincide con quello “normale”. Questo è ciò che distingue esperimenti studiati da realizzazioni approssimative e da freddi prodotti che potremmo quasi dire “industriali”.

In altre parole, il rispetto della forma aiuta l’efficacia della comunicazione, e la rottura non è altro che il modo “giusto” di esprimere un messaggio forte. Il che, ancora una volta, dimostra il vecchio adagio: l’eccezione… conferma la regola!

Repost del Lunedì #1 – Nosferatuswan: un altro colpo di genio

Inauguro oggi questa “rubrica” intitolata “Il Repost del Lunedì”. La userò per condividere con voi contenuti interessanti che hanno stuzzicato la mia curiosità.

Per questa prima volta, vi presento un post del blog di Pega. Pega, che avevo già citato tempo addietro, è un ottimo fotografo, e scrive con regolarità su uno dei miei hobby preferiti: la fotografia. “Nosferatuswan” è il titolo di un’immagine di Fulvio Petri detto Sharkoman; Pega ci esprime il suo punto di vista su questa immagine, che ribalta l’immagine ideale del cigno aggraziato con un semplice espediente tecnico. Buona lettura!

Vai all’articolo!

Yongnuo Speedlite YN560-II: recensione flash per Canon

Yongnuo YN560-II

Vista posteriore

Uno dei miei regali di Natale, anzi, il regalo della mia fotografa preferita, è stato un flash per la mia Canon 550D. Voglio fare una recensione di questo Yongnuo Speedlite YN560-II, perché ammetto di essere stato molto ingiusto con questo flash, ma dopo averlo conosciuto un po’ meglio ho dovuto ricredermi.

Come chi segue questo blog già sa, io non sono un grande esperto di fotografia, e non sono certo un professionista: sono un appassionato che, da buon ingegnere, cerca di informarsi il più possibile sui suoi hobby. In particolare, la mia esperienza con i flash fino a qualche giorno fa si era limitata esclusivamente al minuscolo flash incorporato nel corpo macchina. La mia posizione nei confronti del flash era abbastanza negativa: anche per via delle limitazioni dell’unità incorporata, tutte le foto che scattavo col flash risultavano piatte, finte, e non avevo alcuna possibilità di intervenire con regolazioni o espedienti creativi.

Intendiamoci, mi era chiaro già da prima che l’illuminazione fosse uno degli elementi più importanti del processo fotografico, forse il più importante. In fondo, scattare una fotografia significa catturare la luce, e se negli studi sono presenti fari, lampeggianti e accessori per migliaia di euro è evidente che quello dello strobista non è un mestiere del tutto inutile.

D’altro canto, pur essendo un principiante del settore avevo in mente alcune caratteristiche che desideravo nel mio primo flash, quando un giorno l’avrei acquistato. Ho quindi cercato di raccogliere più informazioni possibile, in particolare su quella che sembra la feature più complicata dei flash: il controllo wireless. Mi sembrava infatti importante che il lampo non dovesse provenire da un punto posto esattamente sopra la camera. Dopo aver condiviso le poche cose che ero riuscito a capire con la fotografa più vicina a me, ella ha deciso di procedere al regalo di questa unità: lo Yongnuo Speedlite YN560-II. Leggi tutto…

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Fotografia: creare o cogliere?

26 settembre, 2011 Lascia un commento

E così eccomi di nuovo qui a parlare di fotografia – neanche fossi un esperto… Ma mi piace pensare che, nel loro piccolo, le mie foto (almeno alcune) possano essere delle modeste opere d’arte. In fondo, quando scatto lo faccio seguendo, anche inconsciamente, una mia poetica (prendendo il termine in prestito dalla letteratura). A volte mi trovo a riflettere sul concetto di arte, in fotografia e oltre, e questo è uno di quei momenti.

Tutto nasce da un post di Pega. Vi invito a dare un’occhiata al suo blog, se vi interessate di fotografia; è ricco di spunti interessanti che vanno al di là delle pure considerazioni tecniche.

Nel post, Pega suggerisce di costruire la foto nella propria mente, di previsualizzarla, e poi di adoperarsi per realizzarla; questa è una tecnica usata da molti fotografi, e sono convinto che molte delle foto che hanno fatto storia siano state scattate in questo modo. Si tratta però, secondo me, di un approccio che rischia di diventare artificiale; se portato all’eccesso, si finisce per creare l’immagine, col risultato di riuscire a comunicare ciò che il fotografo aveva in mente (a seconda di quanto lo scatto “riesca”). Proprio in questo senso dico “artificiale”: la foto non è più sul soggetto, ma sull’idea (quasi platonica) concepita dal fotografo, che viene concretizzata in un oggetto rappresentato.

Personalmente, preferisco l’atteggiamento opposto, quello che nel post è definito “documentaristico”: uno scatto spontaneo, che nasce dall’emozione del momento e rappresenta la scena “così com’è”. In questo senso fotografare significa immortalare, rendere eterno l’attimo fuggente, far sì che lo stupore provato davanti al soggetto diventi ripetibile. In questo caso, il fotografo deve cogliere il soggetto. Ovviamente, nel farlo ci metterà del suo, anche solo per il fatto di aver scelto proprio quel momento invece di un altro, ma l’idea è che il soggetto, non il fotografo, sia al centro dello scatto.

Si tratta di una dicotomia presente da sempre nell’arte in senso lato. I valori sono cambiati nel corso del tempo, con l’alternarsi delle correnti di pensiero. In età augustea, i poeti latini dedicavano anni a raffinare con incessante labor limae i loro carmi, in cerca di quella singola sillaba che potesse arricchire un verso. Nell’Ottocento, al contrario, lo Sturm und Drang prima e il Romanticismo poi affermano il dominio dell’emozione e della follia sulla ragione e sulla regola, definendo quella che ancora oggi è l’immagine dell’artista come “genio e sregolatezza”, ispirato da una visione che sfugge alla logica, da un’allucinazione di origine più o meno naturale. Leggi tutto…

La Legotron, ovvero: come riunire diversi nerdismi in un oggetto solo

Questo oggetto è meraviglioso. Sotto vari aspetti. È una macchina fotografica. Analogica – e neanche analogica a pellicola, ma a lastra. È artigianale e fai-da-te. È fatta di Lego. È open source (nel senso che sul sito ci sono tutte le istruzioni). Funziona, e pure bene (vedi la foto nel post originale).

Si chiama Legotron Mark I, e il suo creatore Cary Norton è talmente avanti che sta già sviluppando (senza giochi di parole) la seconda versione, Mark II. Per i dettagli vi rimando al post originale.

La Legotron Già altre volte ho avuto l'occasione di parlare di Lego e fotografia. Stavolta è perchè ho trovato il sito di un simpatico genio del fai-da-te, un certo Cary Norton, che ha progettato e  costruito una macchina fotografica grande formato usando i mattoncini Lego : la Legotron Mark I. Si tratta di una 4×5 che il fotografo ha assemblato aggiungendoci un'ottica acquistata su Ebay per 40$. Il sistema di messa a fuoco è semplicissimo e si basa sullo sc … Leggi tutto

da Pega's photography Blog

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