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Archive for the ‘Cultura’ Category

Sangue granata

Lapide del Grande Torino a Superga

Sessantaquattro anni, e una data che ogni fedele granata conosce a memoria. Per tutti gli altri, il 4 maggio 1949 è la data di un brutto episodio di cronaca, una tragedia aerea, un incidente che in un colpo solo annichilì il Grande Torino, la squadra che aveva dominato i campionati dell’immediato dopoguerra. Nello schianto contro la collina di Superga morirono i calciatori, di ritorno da una trasferta a Lisbona, ma anche dirigenti e giornalisti al seguito, oltre all’equipaggio. Il campionato, al quale mancavano solo quattro giornate da disputare, fu assegnato a tavolino al Torino, che pochi giorni prima, pareggiando con l’Inter, aveva comunque ipotecato il titolo; le restanti partite furono giocate dalle squadre “Ragazzi”, e videro quattro vittorie dei giovani granata. Leggi tutto…

Una calcolatrice ci seppellirà

Avevo già pronto un altro argomento per il post di oggi, ma non ho potuto fare a meno di cambiare idea quando ho letto questo articolo della CNN. Prende spunto da una e-mail inviata ad alcuni giornalisti da Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, due professori di economia, laureati ad Harvard, che è un po’ come dire che esiste ben poco di meglio al mondo. Nella lettera i due professori ammettono che i risultati a cui sono giunti in un loro studio potrebbero essere sbagliati, e che quindi non è così certo che un forte indebitamento pubblico sia strettamente legato a bassi livelli di crescita.

È senz’altro bello scoprire che due figure di tale importanza in campo economico ammettono candidamente il loro errore, invece di trincerarsi dietro alla loro autorità e coprire le lacune del loro studio con mille scuse come avrebbero potuto fare persone meno oneste. Quello che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia è il motivo dell’errore. Lo scrivo su un paragrafo a parte perché merita:

Hanno sbagliato a mettere le formule in Excel.

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Silenzio

A volte certi discorsi nascono come una battuta, e poi invece finiscono per dar vita a interessanti riflessioni. Per me è capitato quando ho scoperto 4’33” di John Cage.

Ho conosciuto questa opera grazie ad una vignetta di XKCD:

XKCD - Silence

Non sapevo dell’esistenza di un’opera del genere, e sono lieto di essere “uno dei diecimila di oggi” – un riferimento ad un’altra vignetta che sostiene che ogni giorno ci sono diecimila persone che imparano qualcosa “che tutti sanno”. John Cage scrisse questo brano nel 1952, indicando che doveva essere eseguito in tre movimenti da qualunque strumento (o da una qualunque combinazione di strumenti). L’unica istruzione fornita all’esecutore è quella di tacere per quattro minuti e trentatré secondi. Leggi tutto…

Matematica applicata: logaritmi e sensazioni

È ormai una (brutta) tradizione quella di pensare che la matematica sia una collezione di teorie astratte. La sufficienza con cui gli studenti liquidano la materia ricorda da vicino la volpe della favola di Fedro: la matematica non servirebbe a niente nella “vita vera”, e poi basta dire che non la si capisce.

In realtà, trovo che la definizione più sensata che sia mai stata data della matematica sia quella di Galileo, che elevando l’aritmetica e l’algebra a dignità scientifica sosteneva che la matematica fosse “il linguaggio che Dio ha usato per scrivere il libro della natura”. Il rapporto, dal punto di vista della didattica, mi sembra bidirezionale: la matematica ci aiuta a capire perché il mondo funziona nel modo in cui funziona, e guardare più a fondo i meccanismi dei fenomeni ci permette di concretizzare e più facilmente comprendere i concetti matematici.

Proprio in quest’ottica di “doppio scambio” tra comprensione sperimentale e teorica, oggi voglio parlare di come la nostra sensibilità sia perlopiù logaritmica. Weber e Fechner hanno compiuto approfondite ricerche su questo aspetto della nostra percezione; io voglio limitarmi a mostrare alcuni esempi immediati. Leggi tutto…

Le tradizioni vercellesi della Settimana Santa: la Processione delle Macchine e il crocifisso del Duomo

28 marzo, 2013 5 commenti

Come sappiamo, l’Italia è terra di tradizioni e feste tipiche, molte delle quali legate ad eventi religiosi. Da nord a sud troviamo manifestazioni talvolta molto particolari in occasione di Natale, di Pasqua, senza contare le numerose ricorrenze liturgiche che cadono in primavera ed estate: la Pentecoste, il Corpus Domini e il giorno dell’Assunta sono spesso celebrati con processioni e riti che variano di paese in paese, di regione in regione.

Oggi voglio parlare di una di queste tradizioni, un po’ perché è poco nota al grande pubblico, un po’ perché è uno degli eventi tradizionali della mia Vercelli. Ogni anno, in occasione del Venerdì Santo si tiene una processione detta “delle Macchine”; non immaginatevi però un carosello di autovetture. Le Macchine infatti sono grandi complessi statuari lignei che vengono portati a spalla da gruppi di volontari. Ospitati durante l’anno in alcune chiese cittadine, i gruppi rappresentano alcune scene della Via Crucis, e vengono condotti in processione per il centro della città, momento culmine della funzione (non una Messa, essendo il Venerdì Santo!) celebrata dall’Arcivescovo nella basilica di Sant’Andrea. Leggi tutto…

Giuda, Andrew Lloyd Webber e la comunicazione di massa: i dubbi dell’uomo moderno in Jesus Christ Superstar

21 marzo, 2013 5 commenti

Jesus Christ Superstar è una delle opere di maggior successo di Andrew Lloyd Webber, uno che pure di successi ne ha fatti parecchi. Nata nel 1970 come rock opera, scritta con un paroliere del calibro di Tim Rice, fu in breve portata a Broadway, e nel 1973 Norman Jewison ne diresse un celebre adattamento cinematografico.

Com’è noto ai più, l’opera segue le vicende della Passione di Gesù, iniziando pochi giorni prima dell’ingresso trionfale in Gerusalemme e concludendosi con la crocifissione, anziché come spesso capita con la resurrezione (si veda ad esempio La Passione di Cristo di Mel Gibson). Ovviamente, trattandosi di una rappresentazione della Passione la narrazione evangelica viene arricchita, e in particolare alcuni passaggi sono approfonditi a scopi drammatici.

Un’opera controversa?

Jesus Christ Superstar tuttavia racconta la vicenda in un modo caratteristico, non solo per alcuni aspetti tecnici, come la musica rock o l’inserimento intenzionale di numerosi anacronismi (celebre, nel film, la scena di Giuda inseguito da carri armati che “danzano” sulle note di un leggero flauto). La prospettiva tradizionale, incentrata su Gesù, viene spesso ribaltata, tanto che secondo molti critici il vero protagonista dell’opera è Giuda Iscariota. Il discepolo viene rappresentato in un’ottica più vicina alle tradizioni anglosassoni che a quelle latine: egli infatti si presenta nel brano di apertura come il braccio destro di Gesù, il primo dei discepoli, quello che più di tutti crede che quel predicatore disceso dalla Galilea sia il Messia di cui parlano le Scritture. Tuttavia, all’immagine di un nuovo Mosè, un eroe che avrebbe guidato gli Ebrei per liberarli dal dominio romano, si contrappone quella di un uomo che ai suoi occhi sta “perdendo il controllo” delle sue parole, che non si rende conto di quale grande opportunità ha e spreca tutti gli sforzi e le speranze dei suoi seguaci, abbandonandosi ad un destino che lo porterà ad una fine atroce.

Questa prospettiva che riscatta Giuda, alcune frasi che l’opera attribuisce a Gesù e alcune deviazioni dai racconti biblici hanno attirato critiche (a volte anche feroci) da parte di alcuni commentatori. Personalmente, ritengo che le opere migliori sulla Passione siano proprio quelle che rompono l’interpretazione ortodossa, perché ci costringono a riflettere sulla vicenda – riflessione che, in fondo, sarebbe esattamente parte di quel messaggio di rottura portato da Gesù. Mi vengono in mente, su tutti, due film, il già citato La Passione di Cristo di Mel Gibson e L’ultima tentazione del Cristo di Martin Scorsese, che proprio per la loro carica provocatoria e dirompente invitano alla riflessione più di qualunque rappresentazione tradizionale.

Il vero tema di Jesus Christ Superstar

Ma non voglio divagare. Sugli aspetti controversi della rappresentazione religiosa si sono scritti fiumi di inchiostro, reale e digitale, e non voglio addentrarmi nella questione. Preferisco invece proporre una mia personale interpretazione di Jesus Christ Superstar: ritengo infatti che il vero protagonista dell’opera non sia Gesù, non sia nemmeno Giuda, non siano Pilato, Maria Maddalena, né tantomeno Pietro che praticamente non compare. Il vero tema di Jesus Christ Superstar è la comunicazione, e il rapporto che essa instaura tra le persone e il potere, intendendo il “potere” in senso lato come la capacità di crearsi un seguito fedele. Leggi tutto…

Breve storia dell’elezione papale

Aggiornamento dell’ultimo minuto: ieri sera (mercoledì 13 marzo) il Conclave si è concluso con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, che è salito al soglio pontificio con il nome di Francesco. Questo post sul Conclave giunge quindi un pochino in ritardo, ma del resto lo scopo stesso del Conclave è quello di durare poco. Leggetevelo lo stesso; spero vi possa interessare anche fra qualche mese!

La Città del Vaticano è uno Stato piuttosto particolare. Al giorno d’oggi, si tratta dell’ultima monarchia assoluta teocratica esistente al mondo: una forma di governo che sembra anacronistica in un mondo che si divide tra dittature e democrazie. Ma non solo: è una monarchia assoluta elettiva, il cui sovrano viene nominato da un collegio di elettori, attraverso i quali, secondo la dottrina cattolica, si manifesta la volontà dello Spirito Santo. Il Papa così scelto diventa, con apparente contraddizione, sovrano dello Stato e servo dei servi di Dio.

Tutte queste peculiarità si addicono ad una figura che, nei secoli, ha rappresentato la summa della commistione tra potere temporale e spirituale, tra politica e religione, e spesso tra sacro e profano. Le prerogative papali e le caratteristiche strutturali della Chiesa cattolica sono ovviamente cambiate molte volte nel corso della sua storia lunga venti secoli, a partire proprio dalle modalità della scelta della sua guida. Leggi tutto…

La corsa “infinita” di Achille e la tartaruga

7 marzo, 2013 1 commento
Zenone di Elea

Platone diceva che Zenone era alto e di bell’aspetto. Sarà.

L’altra sera, da una discussione sulla data della Pasqua è nata un’interessante dissertazione che ha spaziato dalla letteratura alla filosofia alla storia e alla storia della religione e della scienza. Almeno, è stata interessante per me che l’ho raccontata; chi mi ascoltava perlomeno non si è addormentato, e spero non fosse solo perché era piuttosto su di giri per la rimonta dell’Inter. Comunque, sono tornato brevemente ai tempi della terza liceo quando mi sono trovato a parlare di Platone, Aristotele ed Epicuro, e di come a quei tempi tutti i campi del pensiero fossero raccolti sotto l’ombrello della filosofia. Come spesso mi accade, questo mi ha riportato alla mente Zenone di Elea e le sue teorie sul movimento.

Se è vero che un po’ tutta la filosofia precedente al Seicento ha sempre insistito sulla maggiore importanza delle cose spirituali e ideali rispetto a quelle materiali, Zenone fu il pensatore che più di tutti rimarcò la separazione tra i due mondi. Allievo di Parmenide, che sosteneva l’esistenza di un Essere che rappresenta la Verità assoluta e si contrappone all’illusorietà delle cose sensibili, egli si spinse un poco oltre la tesi del suo maestro. Fino a quel momento, il mondo materiale era stato descritto come in continuo mutamento e movimento, e una cosa che muta (si trasforma, si distrugge, diventa altro) non può essere così importante nell’ordine della natura. Beh, per Zenone non era abbastanza: per lui il movimento non esisteva, non era nient’altro che un’illusione dei nostri sensi fallaci e mendaci, puri ostacoli tra noi e l’Essere. E visto che detta così sembrava una fesseria, elaborò alcuni paradossi per dimostrare che il movimento era illusorio. Leggi tutto…

Le regole della creatività

Come spesso accade quando parlo di fotografia e di arte in generale, lo spunto per questa riflessione mi viene da un articolo di Pega. Nel post, il nostro ragiona su come l’espressione di un bambino sia libera, e man mano che cresciamo ci vengono instillate limitazioni che creano poco per volta una sorta di “paura di creare”. La discussione è continuata nei commenti, come è giusto che sia, con molte voci in accordo con la tesi ma anche alcuni pareri contrastanti. Ho già esposto il mio pensiero proprio in risposta a quel post, ma il concetto mi è rimasto in testa, e si è fuso con un vecchio tema che mi trovo ad affrontare da anni: la natura della creatività.

Vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare del processo creativo. Si diceva che la creatività, intesa come libertà espressiva, viene “limitata” dalle regole e dai canoni che assimiliamo nel corso della vita. La domanda quindi è: è bene imporre regole e vincoli a chi crea arte?

Sia chiaro che la riflessione riguarda un ambito puramente artistico. Chi si trova a fotografare eventi per un giornale o un pubblicitario, o a scrivere colonne sonore per un film, o a scrivere il discorso del Presidente degli Stati Uniti deve ovviamente sottostare a tutta una serie di leggi scritte e non scritte che riguardano lo specifico tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Lascerò quindi fuori i casi in cui un mezzo creativo di comunicazione viene usato per fini diversi da quelli puramente artistici.

Torniamo dunque alla domanda iniziale. Per poter rispondere, bisogna capire qual è l’utilità dei vincoli. Sembra facile dire che l'”arte” è espressione libera, pura forza creativa; ma se così fosse, perché mai qualcuno avrebbe “creato” le regole?

La mia risposta è che l’espressione artistica di per sé è vuota. È indubbiamente creativo tracciare segni a caso, come fa il bambino di cui parla Pega.

Pure le regole, di per sé, sono vuote. Se voglio rispettare la regola dei terzi a tutti i costi, la prossima volta che io, fotografo, farò una fototessera, eviterò di inquadrare il cliente bello centrato. Lo metterò sul terzo inferiore sinistro. Perché è la regola.

Mi sembra chiaro che il primo esempio non è comunicativo, e il secondo non è creativo. Il risultato migliore si ottiene quando i due estremi vengono mediati, quando si raggiunge l’equilibrio tra regole e libertà (e questo, permettetemi di dirlo, non vale solo nell’espressione artistica). Alla creatività pura manca qualcosa; alle rigide regole pure. Che cosa? La comunicazione.

Ho cercato di distinguere tra creatività ed espressione. Questo perché non necessariamente chi si esprime lo fa in modo creativo, e non necessariamente la creatività esprime qualcosa. Sopra a questa distinzione, ne aggiungo un’altra: quella tra espressione e comunicazione. La comunicazione è un tipo di espressione strutturata, conscia del destinatario a cui si rivolge e del mezzo che sta usando. Questa coscienza si traduce nell’utilizzo di tecniche specifiche adattabili alla situazione: ognuna è caratterizzata dalle sue regole, dai suoi divieti e dalle sue eccezioni.

Eccoci dunque al bandolo della matassa. Se non si comunica qualcosa, esprimersi liberamente sembra inutile. Per comunicare, ci vuole innanzitutto qualcosa da comunicare; ma per comunicare efficacemente bisogna conoscere e rispettare le regole del mezzo. Tuttavia, l’efficacia della comunicazione passa anche dalla bellezza della forma espressiva, e indubbiamente ci vuole un’espressione creativa. Regole e creatività sono strettamente legate l’una alle altre, un po’ come i mattoni e la malta: i primi danno forma e carattere al muro, ma è la malta che li tiene insieme e li rende solidi.

Tolto il terzo...
Tolto il terzo…, foto di Simone Saviolo su Flickr.

Quindi le regole vanno sempre rispettate? No. La prima regola da ricordare è che ogni regola ha le sue eccezioni, soprattutto in ambito creativo. Esistono due modi principali per uscire dagli schemi: uno consiste nel violarli bellamente. Nelle arti figurative (pittura, fotografia, e persino scultura), una composizione non ortodossa potrebbe avere l’obiettivo di centrare l’attenzione su qualcosa in particolare, rompendo l’equilibrio dei canoni tradizionali. In musica, allo stesso modo, un accordo dissonante o una chiusura non definitiva può creare sospensione, tensione, scomodità. In generale è bene mettere l’ascoltatore o lo spettatore a suo agio, e il modo per farlo è stato studiato per secoli, tanto che oggi abbiamo regole ben codificate che ci permettono di fare “le cose standard”. Talvolta però il nostro intento è quello di disorientare il pubblico, e per farlo possiamo violare i divieti della tradizione.

Diversamente, le regole possono essere “forzate dall’interno”: l’esempio principe, in questo senso, è quello del Manierismo, il movimento artistico che nel Seicento si “ribellò” all’ordine armonioso dell’Umanesimo e del Rinascimento proponendo nuove ardite soluzioni che pure rispettavano formalmente i canoni della classicità. Nella foto sopra ho fatto una specie di parodia della regola dei terzi: ho posto le linee ovunque tranne che lungo i terzi del quadro, creando una divisione principale in quattro parti, e alcune divisioni più piccole. In questo caso, il mio intento era quello di rovesciare le linee guida che impongono di identificare un soggetto predominante: di solito, quando si fotografa un paesaggio, si sceglie se dare risalto al cielo o al terreno mettendo l’uno o l’altro a occupare i due terzi dell’immagine. Non trovando se era più importante la strada, gli alberi, il cielo o le risaie, ho preferito creare un’immagine altamente simmetrica, rispettando quindi gli studi sulle linee di fuga, ma eliminando la posizione di prestigio dei cosiddetti punti forti.

In conclusione, in ogni ambito artistico il principio da seguire è uno solo: le regole devono essere conosciute e profondamente comprese, ma talvolta vanno violate. L’importante è farlo consapevolmente, dopo aver capito lo scopo e l’essenza di una regola, in modo da usare coscientemente una soluzione che non la rispetti al fine di raggiungere un preciso obiettivo, che non coincide con quello “normale”. Questo è ciò che distingue esperimenti studiati da realizzazioni approssimative e da freddi prodotti che potremmo quasi dire “industriali”.

In altre parole, il rispetto della forma aiuta l’efficacia della comunicazione, e la rottura non è altro che il modo “giusto” di esprimere un messaggio forte. Il che, ancora una volta, dimostra il vecchio adagio: l’eccezione… conferma la regola!

Troviamo un vaccino per…

…i libri

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino. I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino). Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili). Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute. La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i libri. Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che racconta come sopravvivere in una foresta boreale in armonia con la natura, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i libri non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dai giochi elettronici, persino dalla tv. Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi, loro che leggono la trilogia del Signore degli Anelli in due ore e venti. Pare passata un’era geologica dai primi libri, quelli con le pagine in formato cartaceo che apparivano così facili da sfogliare. Invece le pagine si sono riprodotte ed evolute e non ci tagliano più le dita. Ma vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

…i fenomeni atmosferici

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino. I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino). Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili). Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute. La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i fenomeni atmosferici. Alcuni sono violenti, orribili, razzisti: perché mai la siccità dovrebbe colpire preferibilmente le popolazioni nere dell’Africa sahariana? Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel far cadere una leggera pioggerellina dal cielo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i fenomeni atmosferici non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, li fanno guardare per aria per intuire che cosa succederà, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv. Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi al confronto di un tornado tropicale. Pare passata un’era geologica dai primi fenomeni atmosferici, quelli con i fiocchi di neve che apparivano così facili da sciogliere e spazzare. Invece i fiocchi di neve si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

…i giornalisti superficiali e populisti

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino. I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino). Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili). Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute. La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giornalisti superficiali e populisti. Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel fare un’inchiesta su come si compone uno zoo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i giornalisti superficiali e populisti non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv. Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi, privi di scoop e di sensazionalismo. Pare passata un’era geologica dai primi giornali, quelli con gli articoli scadenti che apparivano così facili da cestinare. Invece gli articoli scadenti si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

…chi parla a vanvera

Cosa succede all'informazione quando se ne toglie un pezzo?

No, non sono impazzito. Ma Aldo Cazzullo, una di quelle voci che rendono autorevole il Corriere della Sera, e che si ritengono autorevoli perché scrivono sul Corriere della Sera, a quanto pare sì. Ha deciso di ignorare i sacri vincoli di oggettività che dovrebbero governare la sua professione e di abbandonarsi al becero populismo di denuncia, sicuro di raccogliere consensi soprattutto nel pubblico adulto e femminile che legge l’inserto nel quale si pubblica questo articolo. Per onestà intellettuale e per prendere le distanze non dovrei neanche mettere un collegamento, ma siccome ci tengo a rispettare la legge non scritta secondo la quale le fonti si citano, eccolo qui. Leggi tutto…

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