Archivio

Archive for the ‘Comunicazione’ Category

Giuda, Andrew Lloyd Webber e la comunicazione di massa: i dubbi dell’uomo moderno in Jesus Christ Superstar

21 marzo, 2013 5 commenti

Jesus Christ Superstar è una delle opere di maggior successo di Andrew Lloyd Webber, uno che pure di successi ne ha fatti parecchi. Nata nel 1970 come rock opera, scritta con un paroliere del calibro di Tim Rice, fu in breve portata a Broadway, e nel 1973 Norman Jewison ne diresse un celebre adattamento cinematografico.

Com’è noto ai più, l’opera segue le vicende della Passione di Gesù, iniziando pochi giorni prima dell’ingresso trionfale in Gerusalemme e concludendosi con la crocifissione, anziché come spesso capita con la resurrezione (si veda ad esempio La Passione di Cristo di Mel Gibson). Ovviamente, trattandosi di una rappresentazione della Passione la narrazione evangelica viene arricchita, e in particolare alcuni passaggi sono approfonditi a scopi drammatici.

Un’opera controversa?

Jesus Christ Superstar tuttavia racconta la vicenda in un modo caratteristico, non solo per alcuni aspetti tecnici, come la musica rock o l’inserimento intenzionale di numerosi anacronismi (celebre, nel film, la scena di Giuda inseguito da carri armati che “danzano” sulle note di un leggero flauto). La prospettiva tradizionale, incentrata su Gesù, viene spesso ribaltata, tanto che secondo molti critici il vero protagonista dell’opera è Giuda Iscariota. Il discepolo viene rappresentato in un’ottica più vicina alle tradizioni anglosassoni che a quelle latine: egli infatti si presenta nel brano di apertura come il braccio destro di Gesù, il primo dei discepoli, quello che più di tutti crede che quel predicatore disceso dalla Galilea sia il Messia di cui parlano le Scritture. Tuttavia, all’immagine di un nuovo Mosè, un eroe che avrebbe guidato gli Ebrei per liberarli dal dominio romano, si contrappone quella di un uomo che ai suoi occhi sta “perdendo il controllo” delle sue parole, che non si rende conto di quale grande opportunità ha e spreca tutti gli sforzi e le speranze dei suoi seguaci, abbandonandosi ad un destino che lo porterà ad una fine atroce.

Questa prospettiva che riscatta Giuda, alcune frasi che l’opera attribuisce a Gesù e alcune deviazioni dai racconti biblici hanno attirato critiche (a volte anche feroci) da parte di alcuni commentatori. Personalmente, ritengo che le opere migliori sulla Passione siano proprio quelle che rompono l’interpretazione ortodossa, perché ci costringono a riflettere sulla vicenda – riflessione che, in fondo, sarebbe esattamente parte di quel messaggio di rottura portato da Gesù. Mi vengono in mente, su tutti, due film, il già citato La Passione di Cristo di Mel Gibson e L’ultima tentazione del Cristo di Martin Scorsese, che proprio per la loro carica provocatoria e dirompente invitano alla riflessione più di qualunque rappresentazione tradizionale.

Il vero tema di Jesus Christ Superstar

Ma non voglio divagare. Sugli aspetti controversi della rappresentazione religiosa si sono scritti fiumi di inchiostro, reale e digitale, e non voglio addentrarmi nella questione. Preferisco invece proporre una mia personale interpretazione di Jesus Christ Superstar: ritengo infatti che il vero protagonista dell’opera non sia Gesù, non sia nemmeno Giuda, non siano Pilato, Maria Maddalena, né tantomeno Pietro che praticamente non compare. Il vero tema di Jesus Christ Superstar è la comunicazione, e il rapporto che essa instaura tra le persone e il potere, intendendo il “potere” in senso lato come la capacità di crearsi un seguito fedele. Leggi tutto…

Annunci

Le regole della creatività

Come spesso accade quando parlo di fotografia e di arte in generale, lo spunto per questa riflessione mi viene da un articolo di Pega. Nel post, il nostro ragiona su come l’espressione di un bambino sia libera, e man mano che cresciamo ci vengono instillate limitazioni che creano poco per volta una sorta di “paura di creare”. La discussione è continuata nei commenti, come è giusto che sia, con molte voci in accordo con la tesi ma anche alcuni pareri contrastanti. Ho già esposto il mio pensiero proprio in risposta a quel post, ma il concetto mi è rimasto in testa, e si è fuso con un vecchio tema che mi trovo ad affrontare da anni: la natura della creatività.

Vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare del processo creativo. Si diceva che la creatività, intesa come libertà espressiva, viene “limitata” dalle regole e dai canoni che assimiliamo nel corso della vita. La domanda quindi è: è bene imporre regole e vincoli a chi crea arte?

Sia chiaro che la riflessione riguarda un ambito puramente artistico. Chi si trova a fotografare eventi per un giornale o un pubblicitario, o a scrivere colonne sonore per un film, o a scrivere il discorso del Presidente degli Stati Uniti deve ovviamente sottostare a tutta una serie di leggi scritte e non scritte che riguardano lo specifico tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Lascerò quindi fuori i casi in cui un mezzo creativo di comunicazione viene usato per fini diversi da quelli puramente artistici.

Torniamo dunque alla domanda iniziale. Per poter rispondere, bisogna capire qual è l’utilità dei vincoli. Sembra facile dire che l'”arte” è espressione libera, pura forza creativa; ma se così fosse, perché mai qualcuno avrebbe “creato” le regole?

La mia risposta è che l’espressione artistica di per sé è vuota. È indubbiamente creativo tracciare segni a caso, come fa il bambino di cui parla Pega.

Pure le regole, di per sé, sono vuote. Se voglio rispettare la regola dei terzi a tutti i costi, la prossima volta che io, fotografo, farò una fototessera, eviterò di inquadrare il cliente bello centrato. Lo metterò sul terzo inferiore sinistro. Perché è la regola.

Mi sembra chiaro che il primo esempio non è comunicativo, e il secondo non è creativo. Il risultato migliore si ottiene quando i due estremi vengono mediati, quando si raggiunge l’equilibrio tra regole e libertà (e questo, permettetemi di dirlo, non vale solo nell’espressione artistica). Alla creatività pura manca qualcosa; alle rigide regole pure. Che cosa? La comunicazione.

Ho cercato di distinguere tra creatività ed espressione. Questo perché non necessariamente chi si esprime lo fa in modo creativo, e non necessariamente la creatività esprime qualcosa. Sopra a questa distinzione, ne aggiungo un’altra: quella tra espressione e comunicazione. La comunicazione è un tipo di espressione strutturata, conscia del destinatario a cui si rivolge e del mezzo che sta usando. Questa coscienza si traduce nell’utilizzo di tecniche specifiche adattabili alla situazione: ognuna è caratterizzata dalle sue regole, dai suoi divieti e dalle sue eccezioni.

Eccoci dunque al bandolo della matassa. Se non si comunica qualcosa, esprimersi liberamente sembra inutile. Per comunicare, ci vuole innanzitutto qualcosa da comunicare; ma per comunicare efficacemente bisogna conoscere e rispettare le regole del mezzo. Tuttavia, l’efficacia della comunicazione passa anche dalla bellezza della forma espressiva, e indubbiamente ci vuole un’espressione creativa. Regole e creatività sono strettamente legate l’una alle altre, un po’ come i mattoni e la malta: i primi danno forma e carattere al muro, ma è la malta che li tiene insieme e li rende solidi.

Tolto il terzo...
Tolto il terzo…, foto di Simone Saviolo su Flickr.

Quindi le regole vanno sempre rispettate? No. La prima regola da ricordare è che ogni regola ha le sue eccezioni, soprattutto in ambito creativo. Esistono due modi principali per uscire dagli schemi: uno consiste nel violarli bellamente. Nelle arti figurative (pittura, fotografia, e persino scultura), una composizione non ortodossa potrebbe avere l’obiettivo di centrare l’attenzione su qualcosa in particolare, rompendo l’equilibrio dei canoni tradizionali. In musica, allo stesso modo, un accordo dissonante o una chiusura non definitiva può creare sospensione, tensione, scomodità. In generale è bene mettere l’ascoltatore o lo spettatore a suo agio, e il modo per farlo è stato studiato per secoli, tanto che oggi abbiamo regole ben codificate che ci permettono di fare “le cose standard”. Talvolta però il nostro intento è quello di disorientare il pubblico, e per farlo possiamo violare i divieti della tradizione.

Diversamente, le regole possono essere “forzate dall’interno”: l’esempio principe, in questo senso, è quello del Manierismo, il movimento artistico che nel Seicento si “ribellò” all’ordine armonioso dell’Umanesimo e del Rinascimento proponendo nuove ardite soluzioni che pure rispettavano formalmente i canoni della classicità. Nella foto sopra ho fatto una specie di parodia della regola dei terzi: ho posto le linee ovunque tranne che lungo i terzi del quadro, creando una divisione principale in quattro parti, e alcune divisioni più piccole. In questo caso, il mio intento era quello di rovesciare le linee guida che impongono di identificare un soggetto predominante: di solito, quando si fotografa un paesaggio, si sceglie se dare risalto al cielo o al terreno mettendo l’uno o l’altro a occupare i due terzi dell’immagine. Non trovando se era più importante la strada, gli alberi, il cielo o le risaie, ho preferito creare un’immagine altamente simmetrica, rispettando quindi gli studi sulle linee di fuga, ma eliminando la posizione di prestigio dei cosiddetti punti forti.

In conclusione, in ogni ambito artistico il principio da seguire è uno solo: le regole devono essere conosciute e profondamente comprese, ma talvolta vanno violate. L’importante è farlo consapevolmente, dopo aver capito lo scopo e l’essenza di una regola, in modo da usare coscientemente una soluzione che non la rispetti al fine di raggiungere un preciso obiettivo, che non coincide con quello “normale”. Questo è ciò che distingue esperimenti studiati da realizzazioni approssimative e da freddi prodotti che potremmo quasi dire “industriali”.

In altre parole, il rispetto della forma aiuta l’efficacia della comunicazione, e la rottura non è altro che il modo “giusto” di esprimere un messaggio forte. Il che, ancora una volta, dimostra il vecchio adagio: l’eccezione… conferma la regola!

Quattro spot che hanno plagiato la colonna sonora

7 febbraio, 2013 2 commenti

Ah, la pubblicità! Il modo migliore per trasformare un qualcosa di potenzialmente mediocre in un successo popolare. Ma non parlo dei prodotti: mi riferisco alle colonne sonore degli spot. Canzoni, dialoghi e personaggi ai quali non possiamo sfuggire mentre guardiamo la televisione… o i video di Youtube, ormai. E se magari non sempre ci ricordiamo qual è esattamente il prodotto pubblicizzato, raramente non siamo influenzati nei nostri gusti e giudizi musicali dalla scelta della colonna sonora.

Ci capita spesso di sentire una canzone per radio e dire “questa è la canzone dei telefonini!” Ma il vantaggio è per entrambi: uno spot fa più presa se utilizza un pezzo già famoso. C’è un problema, però: i diritti d’autore sulle opere di maggior successo costano! A volte quindi è meglio prendere qualche musicista di scarsa fama e incaricarlo di scrivere una canzone simile ad una hit, ma non abbastanza da essere considerata un plagio per la legge.

Eccovi quindi alcuni dei più sfacciati plagi negli spot televisivi italiani di ieri e di oggi! Leggi tutto…

Troviamo un vaccino per…

…i libri

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino. I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino). Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili). Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute. La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i libri. Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che racconta come sopravvivere in una foresta boreale in armonia con la natura, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i libri non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dai giochi elettronici, persino dalla tv. Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi, loro che leggono la trilogia del Signore degli Anelli in due ore e venti. Pare passata un’era geologica dai primi libri, quelli con le pagine in formato cartaceo che apparivano così facili da sfogliare. Invece le pagine si sono riprodotte ed evolute e non ci tagliano più le dita. Ma vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

…i fenomeni atmosferici

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino. I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino). Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili). Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute. La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i fenomeni atmosferici. Alcuni sono violenti, orribili, razzisti: perché mai la siccità dovrebbe colpire preferibilmente le popolazioni nere dell’Africa sahariana? Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel far cadere una leggera pioggerellina dal cielo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i fenomeni atmosferici non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, li fanno guardare per aria per intuire che cosa succederà, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv. Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi al confronto di un tornado tropicale. Pare passata un’era geologica dai primi fenomeni atmosferici, quelli con i fiocchi di neve che apparivano così facili da sciogliere e spazzare. Invece i fiocchi di neve si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

…i giornalisti superficiali e populisti

I nostri genitori avevano preoccupazioni più gravi, a cominciare dalle malattie che oggi si evitano con un vaccino. I nostri avi poi erano costretti a considerare la morte dei figli un fatto non eccezionale, anzi da mettere in conto (mia bisnonna, che ho avuto la fortuna di conoscere, diceva che per tutta la vita il suo primo pensiero al risveglio è stato il figlio morto bambino). Noi viviamo in un’epoca infinitamente più fortunata (anche se alcune famiglie conoscono il dolore degli ospedali infantili). Ma dobbiamo fronteggiare insidie un tempo sconosciute. La vera piaga dell’infanzia e dell’adolescenza di oggi sono i giornalisti superficiali e populisti. Alcuni sono violenti, razzisti, orribili. Altri sono suadenti, seducenti, affascinanti (ce n’è uno che consiste nel fare un’inchiesta su come si compone uno zoo, curando animali malati e facendo nascere i cuccioli). Quindi i giornalisti superficiali e populisti non sono tutti uguali, e non rappresentano un male in sé. Tutti però proiettano i nostri figli al di fuori di se stessi, e rischiano di farne degli alienati. Come una droga, li allontanano dallo studio, dalla lettura, persino dalla tv. Film che a noi sono sembrati un fuoco di fila di trovate, da Piccolo grande uomo alla saga di Indiana Jones, a loro sembrano lenti e troppo lunghi, privi di scoop e di sensazionalismo. Pare passata un’era geologica dai primi giornali, quelli con gli articoli scadenti che apparivano così facili da cestinare. Invece gli articoli scadenti si sono riprodotti ed evoluti. E vogliono rapirci i figli. Senza che noi genitori si disponga di un manuale, di un antidoto, di un vaccino per respingerli, o almeno per somministrarli a piccole dosi.

…chi parla a vanvera

Cosa succede all'informazione quando se ne toglie un pezzo?

No, non sono impazzito. Ma Aldo Cazzullo, una di quelle voci che rendono autorevole il Corriere della Sera, e che si ritengono autorevoli perché scrivono sul Corriere della Sera, a quanto pare sì. Ha deciso di ignorare i sacri vincoli di oggettività che dovrebbero governare la sua professione e di abbandonarsi al becero populismo di denuncia, sicuro di raccogliere consensi soprattutto nel pubblico adulto e femminile che legge l’inserto nel quale si pubblica questo articolo. Per onestà intellettuale e per prendere le distanze non dovrei neanche mettere un collegamento, ma siccome ci tengo a rispettare la legge non scritta secondo la quale le fonti si citano, eccolo qui. Leggi tutto…

Allegorie incomprese: le nozze di Cana

17 gennaio, 2013 1 commento
Dante e le tre fiere

Dante con la lupa, la lonza e il leone (illustrazione di G. Stradano, 1587). Ognuna delle tre fiere che bloccano Dante all’inizio della Commedia ha un significato allegorico.

Si parla di allegoria quando si esprime un pensiero tramite un’immagine simbolica. Letteralmente significa “dire altro”, secondo l’etimologia che riporta il termine al greco. Si tratta di una figura retorica, ma a differenza della maggior parte di esse l’allegoria può estendersi al di là di una frase o di un periodo, e può riguardare un intero brano o un’intera opera. Inoltre, l’allegoria richiede di solito un’interpretazione razionale e analitica, distinguendosi così dalla metafora, che invece agisce sul piano emotivo.

Spesso la metafora viene usata per rendere poetica un’immagine non necessariamente raffinata: dire che c’è stata un’apocalisse è senz’altro più emozionante di un semplice “è piovuto molto forte”. Al contrario, l’allegoria di norma serve per dare una veste apparentemente comune ad un concetto più alto. Da un lato, questo consente di esprimere con termini semplici e comprensibili un pensiero che altrimenti non sarebbe molto accessibile: il classico esempio è quello delle parabole riportate nei Vangeli.

All’opposto, l’allegoria è stata spesso usata per celare un certo significato dietro ad un’immagine apparentemente banale. L’esempio più famoso è quello delle opere di epoca medievale, e in particolare quelle di Dante, in primis proprio la Commedia. Talvolta lo scopo dell’autore era esattamente quello di far passare messaggi politici, filosofici o comunque polemici e provocatori, coprendoli dietro ad un velo apparentemente innocuo. Solo chi conosce la simbologia, infatti, è in grado di comprendere la vera portata del testo. È una specie di crittografia non matematica, se vogliamo.

Il problema dell’allegoria è che a volte questi due effetti si mescolano, con il risultato peggiore possibile: creati con l’intenzione di essere alla portata di chiunque, certi racconti finiscono per essere presi troppo alla lettera, al punto che il loro vero messaggio rimane sconosciuto ai più. È il caso di uno dei racconti che troviamo nei Vangeli: il miracolo della tramutazione dell’acqua in vino, meglio noto come episodio delle Nozze di Cana. Leggi tutto…

“OSM enjoys the worst to bring you the best!”

Worst of OSM

Vi ricordate lo spot del salmone in scatola di John West? Quello in cui l’intrepido pescatore di salmone sottrae un pesce all’orso che l’ha appena tirato via dal fiume, combattendo a colpi di kung-fu la bestia… che risponde? Se non l’avete visto, guardatelo (e già che ci siete, guardate anche il magnifico seguito). Lo spot si chiudeva con l’affascinante slogan John West enjoys the worst, to bring you the best! (“John West fa le peggio cose per darvi er mejo” – ringrazio Er Pecora per la traduzione). Oggi posso dire che anche Openstreetmap fa lo stesso!

Un blog aperto da poco più di una settimana ha il chiarissimo titolo “The Worst of OSM”. Il suo intento è umoristico: andare alla ricerca di situazioni strane, curiose o divertenti nella mappa libera del mondo, e pubblicarle per farsi due risate. Di solito si tratta di errori, o di importazioni finite male. Il motto la dice lunga: Everyone edits, but not everyone thinks (“Tutti fanno modifiche, ma non tutti pensano”). Leggi tutto…

Humiles ad cunas

19 dicembre, 2011 3 commenti

Arriva Natale, e con esso i canti di Natale. Una festa dal doppio volto, uno sacro e uno profano, e questa dicotomia si ripresenta anche in musica. Da una parte, la festa del commercio e del capitalismo americano Anni Cinquanta ci presenta classiche filastrocche sulla neve e i pupazzi magici, canzoni slow rock e swing che immortalano i valori della famiglia Cunningham, e tradizioni rinforzate nel periodo tra le due guerre dalla Coca-Cola. Ma dall’altro rimangono gli inni sacri del Cristianesimo, anch’essi declinati in varie forme, dalle tradizionali pive zampognare (Tu scendi dalle stelle, che il Signore ce l’abbia in gloria) alle più moderne influenze nere del blues e del gospel.

Un aspetto sul quale però si infrange persino lo spirito natalizio del più fervente cantore cattolico è quello linguistico. Leggi tutto…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: