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Sangue granata

Lapide del Grande Torino a Superga

Sessantaquattro anni, e una data che ogni fedele granata conosce a memoria. Per tutti gli altri, il 4 maggio 1949 è la data di un brutto episodio di cronaca, una tragedia aerea, un incidente che in un colpo solo annichilì il Grande Torino, la squadra che aveva dominato i campionati dell’immediato dopoguerra. Nello schianto contro la collina di Superga morirono i calciatori, di ritorno da una trasferta a Lisbona, ma anche dirigenti e giornalisti al seguito, oltre all’equipaggio. Il campionato, al quale mancavano solo quattro giornate da disputare, fu assegnato a tavolino al Torino, che pochi giorni prima, pareggiando con l’Inter, aveva comunque ipotecato il titolo; le restanti partite furono giocate dalle squadre “Ragazzi”, e videro quattro vittorie dei giovani granata.

Superga è stata ben più della storia che abbiamo appena riassunto. Per l’Italia, Valentino Mazzola e compagni hanno rappresentato la forza di un paese distrutto dalla guerra ma in grado di rialzarsi e di tornare grande, in Europa e nel mondo. La tragedia ha interrotto questo sogno, e ha romanticamente rafforzato la leggenda di quella squadra che tutti hanno cercato di battere, e alla quale ben pochi hanno potuto tener testa.

Ma per i torinisti l’incidente del 4 maggio è diventato, nel tempo, il simbolo della fede granata.

Non è semplice spiegare cosa significhi Superga per “uno del Toro”. Forse perché non è facile spiegare a chi non è “del Toro” cosa voglia dire “essere del Toro”. Il cuore granata trascende le partite di calcio. Certo, i veri tifosi si ritrovano allo stadio la domenica e seguono da vicino le vicende sportive e non della squadra e della società – e tutto questo è “tifare Toro”. “Essere del Toro”, invece, è un sentimento che va oltre la quotidianità del Torino Calcio, e che è possibile capire se si ripercorre anche brevemente la storia della squadra.

Un po’ di storia

Fondato nel 1906, il Football Club Torino nacque da alcuni dirigenti della Juventus, in disaccordo con la società riguardo la decisione di intraprendere la strada del professionismo. Nei primi anni il Torino non si distinse nei campionati nazionali, pur raccogliendo alcune prestigiose vittorie in partite singole o in altri tornei, che allora si organizzavano di frequente. Nel 1914, ad una giornata dalla fine del campionato FIGC, il Torino aveva la possibilità di battere il Genoa capolista, già sconfitto all’andata, e di vincere così il torneo, ma lo scoppio della Grande Guerra costrinse la Federazione ad interrompere la manifestazione e a dichiarare anticipatamente il Genoa campione.

Grazie all’interessamento del conte Cinzano, negli Anni Venti il Toro crebbe sia sportivamente sia sotto l’aspetto societario, con la costruzione del Filadelfia. Nel 1927 arrivò il primo scudetto, ma un caso giudiziario scoppiò a fine campionato: un dirigente granata avrebbe infatti corrotto un terzino della Juventus, Allemandi, allo scopo di vincere il derby e assicurarsi il titolo. La scarsità delle prove, la presenza alla guida della Federazione del gerarca fascista Arpinati, podestà di Bologna e grande tifoso dei rossoblù secondi in classifica, la vaghezza delle accuse si uniscono ai mille dubbi sul “caso Allemandi” – non ultimo il fatto che in quel derby Allemandi fu tra i migliori in campo. Niente di tutto questo valse: lo scudetto fu revocato, mentre Allemandi fu squalificato “a vita”, ma fu amnistiato in seguito alla medaglia di bronzo della Nazionale ai Giochi Olimpici del 1928.

L’anno dopo il Torino riuscì finalmente a vincere per davvero il suo primo scudetto. I tifosi dell’Alessandria secondo classificato, tuttavia, sostengono ancora oggi che i 5 gol subiti nel derby con il Casale (ultimo nella classifica del girone finale) siano da imputare ad una combine organizzata dal portiere Curti con i rivali monferrini. La Federazione non ritenne necessario indagare, e questa volta lo scudetto rimase cucito sulle maglie granata.

Quello che successe con il Grande Torino è noto ai più. Con la guida illuminata di Ferruccio Novo, tra la fine degli Anni Trenta e i primi anni della guerra furono poste le basi per una squadra all’avanguardia, che giocava secondo gli innovativi schemi inglesi del “Sistema”. L’arrivo di Loik e Mazzola dal Venezia completò il quadro, dando vita al leggendario squadrone che vinse cinque titoli consecutivi (se non si considera l’interruzione dovuta alla guerra) e una Coppa Italia, prima di concludere tragicamente la sua breve storia sulla basilica torinese.

Negli anni successivi il Toro andò in crisi. La ripresa arrivò negli Anni Sessanta, ancora una volte grazie ad un grande presidente, Orfeo Pianelli, e ad un giocatore simbolo: Gigi Meroni. Sembrava quasi uno scherzo del destino: per la prima volta dopo Superga il Toro sembrava tornato grande, e lo doveva a un omonimo del tenente colonnello che pilotava quel disgraziato volo. E infatti era uno scherzo: Meroni morì investito da un’auto mentre attraversava a piedi corso Re Umberto. Sulla sua tomba, come già su quella delle 31 vittime di Superga, le autorità della Federcalcio giurarono che avrebbero portato avanti una revisione del processo farsa del caso Allemandi, ma ad oggi si tratta ancora di una promessa non mantenuta.

Il Torino riuscì con Pianelli a vincere ancora uno scudetto, nel 1977, grazie ai Gemelli del Gol Graziani e Pulici. Gli Anni Ottanta furono meno esaltanti, ma nei primi Novanta ad una retrocessione in Serie B fece seguito un riscatto orgoglioso: al ritorno nella massima serie la squadra di Mondonico centrò la qualificazione alla Coppa UEFA, e l’anno successivo sbaragliò mezza Europa giungendo in finale contro l’Ajax. La maledizione, però, tornò a farsi sentire: la finale di ritorno ad Amsterdam viene ricordata per l’immagine di Mondonico che alza al cielo la sedia, per protesta contro un rigore non fischiato. L’Ajax vinse la Coppa per la regola dei gol in trasferta, dopo il doppio pareggio.

Al destino piace rivangare gli scherzi del passato. Gli ultimi anni del millennio furono caratterizzati da numerosi cambi alla guida della società, l’ultimo dei quali portò il Torino nelle mani di Cimminelli, un imprenditore interessato più alla speculazione edilizia sul terreno del glorioso Filadelfia che ai colori della squadra. Per salvare le apparenze (Cimminelli era infatti uno juventino dichiarato) fu nominato presidente Aghemo, il quale lasciò poco dopo lamentandosi pubblicamente di essere poco più di un prestanome. Cimminelli lo rimpiazzò con Attilio Romero, già noto ai tifosi granata: infatti era alla guida dell’auto che nel 1967 investì Meroni.

Romero o no, il Torino riuscì faticosamente ad ottenere la promozione in Serie A nel 2005, ma pochi giorni dopo la società dichiarò bancarotta. L’intervento di un’associazione di tifosi prima e di Urbano Cairo poi permise di rifondare una nuova società che sta tuttora continuando la storia e la tradizione del Toro.

Il Toro è una fede

Questa storia sembrerebbe una serie di alti e bassi, simile a quelle che hanno caratterizzato molte altre società, gran parte delle quali vantano una bacheca meno prestigiosa di quella del Torino. Ma è più di quello: è un lungo susseguirsi di vittorie sudate, quasi sempre (lo scudetto del ’76-’77 è una fortunata eccezione) seguite da qualcosa di brutto. Sembra quasi che a tenere i conti del karma granata sia un ragioniere inflessibile – forse juventino: vuoi uno scudetto? Ma un altro te lo togliamo. Vuoi gloriarti dell’ala destra forse più forte mai vista sui campi da calcio italiani? Non potrai farlo per molto. Hai strappato il biglietto per uscire dal purgatorio della B nonostante la tua stessa dirigenza? Fallirai, e dovrai rifare tutto daccapo.

Una volta un amico milanista si lamentò di come “noi torinisti” la meniamo su con la storia di Superga: sono passati più di sessant’anni, ragionava, sarebbe anche ora di relegare la vicenda nell’album dei ricordi. Ho cercato di spiegargli cosa significhi veramente Superga. Molti sono convinti che ci dispiacciamo perché accidenti, per una volta che avevamo la squadra più forte l’abbiamo persa così, avremmo potuto vincere ancora uno scudetto o due. Talvolta gli stessi torinisti (ma non solo) dicono che se il Grande Torino fosse durato ancora qualche anno forse il Grande Real Madrid di Di Stefano non sarebbe diventato così leggendario (avrebbe Schumacher vinto i suoi primi due titoli se Senna non fosse morto? E se Hitler fosse riuscito ad invadere la Russia? E se Giulio Cesare fosse ancora vivo oggi?).

Ma non rimpiangiamo Superga perché ci ha privato di qualche probabile coppa. La ricordiamo perché è un simbolo, una metafora della vita – soprattutto, ahimé, per “quelli del Toro”. Superga è il segno di come le tragedie non succedano solo nei film, ma accadano nelle vite di tutti, e neanche tanto raramente. Ci ricorda che quando otteniamo un successo non possiamo semplicemente gioire, ma dobbiamo sempre tenere gli occhi aperti e fare attenzione, perché una svolta potrebbe essere dietro l’angolo.

Il derby di Torino è la stracittadina più simbolica d’Italia. Da una parte il Toro, cuore, sangue e sudore spesi senza garanzia di risultato; dall’altra, una società che grazie ai suoi potenti magnati ha sempre potuto giocare un ruolo da protagonista, senza incappare quasi mai in momenti bui e ricevendo anzi numerosi aiuti dalla fortuna. Chi non conosce la storia del Toro non può capire veramente che cosa significhi questa partita per “quelli del Toro”. È una lotta eterna, non tra due gruppi di undici giocatori ma tra due stili di vita. Non si sceglie di tifare Toro.

Lo spirito con cui il popolo granata “celebra” Superga è alto, elevatissimo, anche se forse molti dei partecipanti non se ne rendono conto fino in fondo. A Torino è quasi tradizione, dopo una bella partita, andare a far visita alla lapide di Meroni, in corso Re Umberto. Quali altre squadre ricordano i loro momenti più tristi negli attimi delle vittorie, grandi o piccole che siano? Vi immaginate uno juventino che per festeggiare uno scudetto va ad accendere un lumino alle vittime dell’Heysel?

La verità è che questo non succede neanche per il Torino Football Club. Quello che si vede ogni anno ai primi di maggio a Superga è un atto di amore per la vita, per quella vita difficile e sempre pronta a deluderti, ma che non smetterai mai di amare e con la quale ci proverai ancora una volta, e poi ancora un’altra, e poi ancora un’altra. Questo è “essere del Toro”. In fondo, da chi sventola una bandiera del colore del sangue non ci si può aspettare molto altro.

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