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Silenzio

A volte certi discorsi nascono come una battuta, e poi invece finiscono per dar vita a interessanti riflessioni. Per me è capitato quando ho scoperto 4’33” di John Cage.

Ho conosciuto questa opera grazie ad una vignetta di XKCD:

XKCD - Silence

Non sapevo dell’esistenza di un’opera del genere, e sono lieto di essere “uno dei diecimila di oggi” – un riferimento ad un’altra vignetta che sostiene che ogni giorno ci sono diecimila persone che imparano qualcosa “che tutti sanno”. John Cage scrisse questo brano nel 1952, indicando che doveva essere eseguito in tre movimenti da qualunque strumento (o da una qualunque combinazione di strumenti). L’unica istruzione fornita all’esecutore è quella di tacere per quattro minuti e trentatré secondi.

Detta così sembra una provocazione artistica, quasi la versione musicale di quanto avveniva in quegli anni nelle arti figurative con i nuovi movimenti moderni e post-moderni. In realtà ho cambiato idea dopo aver visto il video di questa esecuzione orchestrale realizzata dall’Orchestra Sinfonica della BBC nel 2004. Vi consiglio di guardarla per intero prima di continuare a leggere l’articolo.

No, sul serio, aspetterò. Guardatela.

Certo, c’è molto humour, c’è quello che in inglese si chiama tongue-in-cheek, e c’è indubbiamente la coscienza di star facendo qualcosa di molto inusuale. Ma vivere una performance di 4’33” è un’esperienza rivelatrice. Alcuni critici hanno speso fiumi di parole per spiegare questi 273 secondi di silenzio, ma il concetto è molto semplice: non sono 273 secondi di silenzio. E lo si capisce subito quando li si hanno davanti (davvero, l’avete guardato? Tutto?).

Quando ho saputo com’era fatto il brano, mi sono aspettato di dovermi beccare un’interminabile “attesa della fine”, come se l’essenza del brano fosse guardare per aria per un po’ e poi chiamarla “esibizione”. Quando ci si trova in sala con il direttore d’orchestra che detta i tempi dell’esecuzione, tuttavia, ci si rende immediatamente conto di una cosa: il vero esecutore non è chi conta i secondi, ma tutto ciò che gli sta intorno. Ogni rumore ambientale, il ronzio degli apparati elettrici, lo sbuffo dell’aria condizionata o della ventilazione, ogni colpo di tosse e persino il respiro degli astanti viene percepito e ingigantito dall’assenza di un suono che si imponga come protagonista.

Ecco che “ascoltare” 4’33” diventa un’esperienza unica, irripetibile e ogni volta diversa. Mette l’ascoltatore al centro: ognuno percepirà il “brano” in maniera personale, non come il compositore ha immaginato o come l’esecutore ha realizzato.

Ma trovo che ci sia ancora qualcosa in più. 4’33” è un momento di pausa, una battuta di arresto. L’imposizione del silenzio ci richiede un’attenzione ancora maggiore di quando ascoltiamo della musica. I suoni e le armonie comunicano direttamente al nostro cervello e al nostro cuore, anche se stiamo facendo o pensando ad altro, ma il silenzio ci obbliga ad ascoltare non ciò che viene da fuori, ma il suono stesso del nostro cervello e del nostro cuore. L’esecuzione della BBC può parere uno scherzo (e certe altre esecuzioni sono state decisamente scherzose e a volte irriverenti), ma per tutto il tempo del “concerto” si avvertono una tensione e una concentrazione non comuni.

Ecco quindi che attraverso questo pezzo John Cage ci ricorda il valore del silenzio. Il silenzio, apparentemente un momento di ozio, è in realtà il più scomodo degli stati. Quando c’è silenzio non si può resistere al bisogno di riflettere: l’assenza di stimoli interni ci costringe a rivangare nei nostri pensieri, alla ricerca di qualcosa che tenga viva la nostra mente.

Forse proprio per questo stiamo perdendo sempre più la capacità di rimanere in silenzio. Che brutto quando, ai funerali o alle cerimonie di varia natura, il “minuto di silenzio” consiste in cinque secondi in cui tutto tace seguiti da un fragoroso applauso. Certo, talvolta il silenzio non è adeguato. Sarebbe stato poco azzeccato e molto banale ricordare Marco Simoncelli con un momento di calma; il rumoroso tributo delle moto a Valencia è stato molto più toccante di qualunque altra cerimonia.

Ma si tratta di un’eccezione. Certi momenti richiedono una pausa, un dialogo interiore che deve avvenire necessariamente con parole non pronunciate. E non si tratta solo dei momenti “importanti”, ma spesso e volentieri di istanti casuali, qualsiasi, da arricchire mettendoci quel significato che da soli non avrebbero. Il silenzio è uno strumento prezioso, che invita ad un’introspezione profonda: riscopriamone il valore, evitando di sentirci in dovere di riempire tutta la nostra vita con qualche tipo di rumore.

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