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Breve storia dell’elezione papale

Aggiornamento dell’ultimo minuto: ieri sera (mercoledì 13 marzo) il Conclave si è concluso con l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, che è salito al soglio pontificio con il nome di Francesco. Questo post sul Conclave giunge quindi un pochino in ritardo, ma del resto lo scopo stesso del Conclave è quello di durare poco. Leggetevelo lo stesso; spero vi possa interessare anche fra qualche mese!

La Città del Vaticano è uno Stato piuttosto particolare. Al giorno d’oggi, si tratta dell’ultima monarchia assoluta teocratica esistente al mondo: una forma di governo che sembra anacronistica in un mondo che si divide tra dittature e democrazie. Ma non solo: è una monarchia assoluta elettiva, il cui sovrano viene nominato da un collegio di elettori, attraverso i quali, secondo la dottrina cattolica, si manifesta la volontà dello Spirito Santo. Il Papa così scelto diventa, con apparente contraddizione, sovrano dello Stato e servo dei servi di Dio.

Tutte queste peculiarità si addicono ad una figura che, nei secoli, ha rappresentato la summa della commistione tra potere temporale e spirituale, tra politica e religione, e spesso tra sacro e profano. Le prerogative papali e le caratteristiche strutturali della Chiesa cattolica sono ovviamente cambiate molte volte nel corso della sua storia lunga venti secoli, a partire proprio dalle modalità della scelta della sua guida.

La prima volta, in un certo senso, fu la più facile. L’incarico venne dato da Gesù Cristo in persona, e, visto che qua stiamo parlando di dare una guida ai “cristiani”, mi sembra che la nomina sia stata piuttosto autorevole. Si susseguirono numerosi papi, che però a quei tempi si limitavano a predicare la Parola del Cristo e ad organizzare le prime comunità, impegnate a sfuggire alle persecuzioni imperiali. Dopo che Costantino nel 313 affermò la libertà di culto in tutto l’Impero, e dopo che nel 380 Teodosio dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dell’Impero Romano, la Chiesa poté rafforzare la propria struttura, e grazie alla falsa donazione di Costantino ottenne il controllo di Roma e dell’Italia centrale.

Nell’Alto Medioevo la Chiesa uscì poco per volta dalla sua fase primordiale. In epoca romana, le comunità cristiane si concentravano intorno alle prime diocesi, guidate dai vescovi. Le sedi episcopali più importanti furono Roma e Alessandria d’Egitto, a cui si aggiunse successivamente Costantinopoli. Nel corso dei secoli, attraverso interventi dottrinali ma anche politici, la Chiesa di Roma crebbe d’importanza, fino a riuscire ad affermare il suo primato sulle altre: conseguentemente, il vescovo di Roma divenne il punto di riferimento dell’intera comunità cristiana. Non bisogna dimenticare che il primato romano fu messo in discussione anche molto più tardi, come conseguenza di veri e propri scismi (ortodosso, protestante), ma anche per vicende politiche perlopiù di breve durata.

Dicevamo che si affermò progressivamente il primato dell’episcopato di Roma su tutti gli altri. Trattandosi della guida del popolo cristiano, il vescovo (anche quello di Roma) veniva di solito nominato per acclamazione (anche popolare) o per manifestazione divina: più di un papa fu scelto perché una colomba si posò sulla sua testa. Capitava spesso, inoltre, che re e sovrani suggerissero o addirittura imponessero la scelta del futuro papa.

Per evitare pressioni esterne, alla fine del XII secolo prese piede l’abitudine di costituire un’assemblea dei cardinali elettori in regime di clausura. Ciò nonostante, ancora nel 1268, a Viterbo, l’elezione fu compromessa da una situazione di stallo tra diverse fazioni di cardinali; dopo un anno e mezzo di ritardi e rinvii, i viterbesi si stufarono e rinchiusero i cardinali nel palazzo in cui si erano riuniti, razionando loro il cibo perché si sbrigassero. Fu il primo conclave della storia, e lo fu letteralmente, visto che gli elettori si trovarono chiusi a chiave fino al termine delle votazioni.

Da quell’evento nacque il pontificato di Gregorio X, il quale pensò bene di formalizzare quella nuova istituzione. In particolare, visto che il razionamento del cibo aveva funzionato abbastanza bene, impose che a partire dal terzo giorno i cardinali potessero consumare un solo pasto al giorno, e dal quinto solo pane, acqua e vino.

Questo accadeva nel 1274. Tuttavia, Carlo d’Angiò approfittò della situazione per condizionare i cardinali nei successivi conclavi. Dopo il breve pontificato di Innocenzo V, successore di Gregorio, Carlo “assediò” il secondo conclave del 1276, facendo pressioni perché si eleggesse un papa francese. La risposta dei cardinali fu la nomina del genovese Adriano V: nonostante le sue precarie condizioni di salute, a lui fu affidato il compito di tirare fuori il papato da quella difficile situazione. Senza potersi muovere dal suo letto, Adriano convocò un concistoro segreto nel quale sciolse gli obblighi del conclave. Adriano morì poco dopo: il suo fu uno dei pontificati più brevi, di soli 39 giorni, tanto che morì prima ancora di essere consacrato sacerdote, e senza mai essere stato incoronato papa.

I cardinali, che non intendevano più rinchiudersi, cercarono di far valere l’abrogazione, ma il malcontento popolare (si era di nuovo a Viterbo) e l’intervento, ancora una volta, di Carlo (che si installò a pochi chilometri da Viterbo) li costrinsero ad iniziare un nuovo Conclave. Fu eletto dai cardinali un umile francescano, nipote di Gregorio X, il quale chiese un giorno di tempo per riflettere, e morì nella notte; non avendo mai accettato l’incarico, non viene conteggiato nella lista dei papi.

La rapida scomparsa del papa eletto indusse il collegio cardinalizio a riprendere subito i lavori del Conclave. Venne scelto Giovanni XXI, di origine portoghese, il quale ratificò pubblicamente l’abrogazione delle norme sul Conclave, rendendo ufficiale quel concistoro segreto che Adriano V aveva organizzato poco tempo prima.

Non ci volle molto perché nuove difficoltà avvolgessero l’elezione papale. Già nel 1292, avendo bisogno dell’avallo pontificio per firmare il trattato che gli garantiva il dominio sulla Sicilia, il solito Carlo d’Angiò non ebbe la pazienza di aspettare le lungaggini dei cardinali: irruppe nella sala del conclave, pochi giorni dopo che un eremita, Pietro da Morrone, aveva profetizzato “gravi castighi” alla Chiesa se non si fosse giunti presto alla nomina del nuovo papa. I cardinali, vista l’urgenza, concordarono in fretta e furia e nominarono papa proprio Pietro da Morrone, conosciuto e rispettato da tutti i potenti d’Europa. Pietro, pur riluttante, accettò l’incarico, e salì al soglio petrino col nome di Celestino V. Uno dei suoi primi provvedimenti fu quello di ripristinare la clausura del Conclave.

Erano tempi di pontificati brevi. Uno dei cardinali elettori, Benedetto Caetani, era piuttosto convinto di diventare papa, e inizialmente pensò di poter manipolare Celestino, poco uso ai modi burocratici della Curia Romana. Una volta conosciuto il pontefice, tuttavia, elaborò un piano più audace: utilizzando alcuni trucchi (secondo alcuni facendo addirittura ricorso alla magia), convinse Celestino che un angelo gli consigliava di abbandonare il ministero. Il papa eremita convocò due esperti di diritto canonico: uno di questi era proprio Caetani. Chiese loro se il papa potesse abdicare o dimettersi, e i due esperti, guarda un po’, dissero che si poteva fare. Celestino decise quindi di tornare alla vita contemplativa, lasciando campo libero a Caetani, che in quattro e quattr’otto fu nominato papa col nome di Bonifacio VIII.

Curiosità storico-letteraria: la vulgata vuole che Dante, parlando di “colui / che fece per viltade il gran rifiuto“, si riferisca con disprezzo all’abdicazione di Celestino V. Mai come in questo caso “vulgata” fa rima con “boiata”: già i commentatori contemporanei avanzarono molte ipotesi, tra cui quelle di Ponzio Pilato o di Esaù. Quasi tutti i critici sono oggi concordi nel sostenere che non si trattasse di Celestino V.

Torniamo alla nostra breve storia del Conclave. Per fortuna gli anni e i secoli seguenti scivolarono via più facilmente: la novità principale riguarda il 1621, quando le modalità di elezione, prima piuttosto libere, si ridussero a tre (acclamazione, compromesso, o votazione con schede). Inoltre, da allora si affermò l’uso di bruciare le schede della votazione, in modo da cancellare ogni traccia degli accordi e delle alleanze formatesi nel collegio cardinalizio; il fumo della stufa avrebbe indicato la conclusione di uno scrutinio, e sarebbe stato alterato per segnalare, con la famosa “fumata bianca”, l’avvenuta elezione del nuovo pontefice.

Per quanto l’idea di un regnante europeo che si intromette nell’elezione di un papa possa sembrare una peculiarità di tempi lontani, la possibilità che questo accadesse rimase viva fino a tempi molto recenti. Nel 1903, morto Leone XIII, il candidato favorito era l’allora Segretario di Stato Rampolla. All’apertura del Conclave, tuttavia, l’arcivescovo di Cracovia comunicò che l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe aveva posto il veto sull’elezione di Rampolla. I cardinali, pur sorpresi e sdegnati da questa ingerenza, dovettero accogliere il volere dell’imperatore, che in qualità di sovrano regnante di un Impero Cattolico godeva di questo antico privilegio. Fu quindi eletto il Patriarca di Venezia, che scelse il nome di Pio X. Uno dei suoi primi provvedimenti fu proprio l’abolizione del diritto di veto che gli aveva permesso di diventare papa.

Le ultime modifiche alle norme sull’elezione papale riguardano i due papi più riformisti dei tempi recenti. Paolo VI, con due provvedimenti del 1970 e del 1975, stabilì che gli elettori non dovevano superare l’ottantesimo anno di età, e definì in 120 il numero di cardinali elettori, che era rapidamente cresciuto come conseguenza della crescita demografica del XX secolo e dell’allargamento dell’ottica geopolitica all’intero globo terrestre. Proprio Paolo VI, peraltro, sostenne pubblicamente che debilitanti condizioni di salute fisica o mentale avrebbero dovuto spingere il Papa alle dimissioni.

Infine, nel 1996 Giovanni Paolo II nel 1996 abrogò l’elezione per acclamazione e per compromesso, che non erano state usate per secoli, stabilendo dunque che il nuovo pontefice fosse eletto esclusivamente attraverso il voto segreto dei cardinali elettori.

Per chiudere questo viaggio nella storia del Conclave, riporto un episodio curioso avvenuto durante il Conclave del 2005, nel quale fu nominato papa Benedetto XVI, oggi papa emerito. Le ricostruzioni dei vaticanisti concordano sul fatto che la candidatura di Joseph Ratzinger fosse di gran lunga quella più forte, e già dal primo scrutinio egli avrebbe ottenuto una larga maggioranza, non sufficiente tuttavia all’elezione. Si era infatti formato un blocco compatto intorno alla candidatura di Jorge Mario Bergoglio, sostenuto da quasi tutti i cardinali sudamericani, che intendevano stallare l’elezione a oltranza per cercare di spezzare il fronte di Ratzinger; come sappiamo, l’operazione non riuscì e il tedesco ottenne i voti necessari al quarto scrutinio. Ma c’è un altro particolare.

Man mano che si procedeva con gli scrutini, i voti si polarizzavano sempre più verso Ratzinger e Bergoglio, e gli altri candidati prendevano sempre meno voti. Tutti, tranne il cardinale Giacomo Biffi, che ad ogni scrutinio prendeva sempre solo un unico voto. Biffi era arcivescovo emerito di Bologna, ed era noto per la sua vena ironica e per la sua comunicazione schietta e diretta: è famosa la sua “teologia del tortellino”, che sostiene che mangiare i tortellini con la speranza e la fede nella Salvezza eterna rende migliori anche i tortellini. Durante quello che sarebbe stato l’ultimo pranzo nella sede di clausura a Santa Marta (quel pomeriggio si sarebbe tenuto il quarto e ultimo scrutinio), ebbe luogo questa conversazione, che riporto nel racconto di OrticaLab:

Biffi, molto innervosito, si sfoga con un confratello: «A ogni votazione ricevo sempre un solo voto. Se scopro chi è quel cretino che si ostina a votarmi giuro che lo prendo a schiaffi».

«Cosa Eminenza?», gli domanda perplesso il confratello. «Sì, ha capito bene, Eminenza», replica Biffi. «Giuro che lo prendo a schiaffi».

Al che il porporato lo guarda perplesso e gli spiega: «Eminenza, ormai è chiaro chi stiamo eleggendo come nuovo Papa ed è anche abbastanza evidente che questo candidato abbia scelto di votare per lei. Quindi se vorrà ancora mantenere il suo proposito sarà costretto a prendere a schiaffi il Papa». Biffi rimase senza parole. Ratzinger aveva deciso di votare per lui.

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