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Perché la mononota di Elio merita i riconoscimenti della critica

Le luci su Sanremo si sono spente da una decina di giorni, e ormai il Festival è stato archiviato. Quello che non è archiviato è il dibattito su La canzone mononota, l’originale brano di Elio e le Storie Tese che ha ottenuto il secondo posto (un fallimento per Eelst, che puntavano al quarto), il premio della critica, quello per il miglior arrangiamento e il Premio della Sala Stampa Radio, Web e Tv.

Se da un lato il successo di critica è stato indiscutibile, dall’altro il pubblico si è un po’ diviso tra coloro che gridano al capolavoro e gli scettici. Se i commenti di Youtube possono essere considerati minimamente rappresentativi della reazione popolare (e tutti sappiamo che non lo sono), alcune voci sono estremamente critiche, giungendo a dire che la canzone “non ha senso”, “è ridicola”, è “lo scarto della musica”.

Non voglio stare a discutere dei motivi ultimi per i quali un pezzo che, in ultima analisi, è un saggio di musica non venga apprezzato, perlomeno da un certo tipo di pubblico. E non voglio neanche ricordare come, grazie a Eelst e alla cassa di risonanza che è Sanremo, si siano riscoperti il Samba de uma nota só di Jobim e un paio di opere di Rossini: l’aria Chi disprezza gl’infelici, che pare nasca dall’inadeguatezza della cantante, e l’Addio alla vita. Forse anche l’inno cubano adesso è più conosciuto.

Ritengo tuttavia che, pur nella peculiarità della manifestazione musicale che è il Festival di Sanremo, i premi della critica siano più che giustificati. Se volete saperlo, non credo che La canzone mononota sia la più bella o una delle più belle tra quelle di Eelst; senz’altro è una di quelle più proponibili e meno “di nicchia”. Anche in assoluto non la trovo sconvolgentemente bella: è un esercizio di stile, ben fatto, simpatico anche se non tremendamente divertente (in questo senso è molto meglio Heavy Samba).

Allora perché la trovo più meritevole di tutte le altre canzoni presentate? Il motivo è molto semplice: La canzone mononota è stata concepita con uno scopo artistico, le altre erano “le solite canzoni”. Da Mengoni agli Almamegretta, si è vista la solita musica che potrei definire “di produzione”, quella che si scrive e si incide per vendere. Non che questo significhi che non possa essere bella e apprezzabile, anzi: anche quelli che oggi consideriamo grandi artisti creavano per vendere. Tutti dobbiamo guadagnarci da vivere, anche se si è Michelangelo, Manzoni, i Deep Purple o i Queen. Ma in ogni caso, che si canti l’amore, l’impegno sociale – o il disimpegno sociale, – l’aspetto musicale è sempre più o meno al servizio di qualcos’altro, raramente è protagonista.

Elio e le Storie Tese, pur non vivendo in un iperuranio di purezza artistica ed elitista distacco dal pubblico, hanno offerto una canzone che racconta la musica con la musica. Non ha interesse ad affascinare il pubblico, non lo emoziona, non stuzzica la sua coscienza, non lo rende migliore – se non per il fatto di raccontare una parte curiosa della storia della musica. In fondo non lo diverte neanche così tanto: se penso ad una canzone con risultati simili, ma più divertente, mi viene in mente L’Inutile di Frankie Hi-Nrg e Paola Cortellesi. Lo scopo della mononota è solo raccontare, insegnando una piccola pillola (se non lo facesse sarebbe veramente inutile) in un modo sufficientemente appetibile da non essere pura accademia.

Insomma, un pezzo rinfrescante in una rassegna che è altrimenti piuttosto commerciale, e, oserei dire, “industriale”. Può piacere o non piacere, questo è indubbio; ma trovo corretto che i critici abbiano apprezzato l’originalità non solo dell’esecuzione ma anche degli intenti.

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  1. Claudio
    5 marzo, 2013 alle 20:53

    Sarà proprio perchè di musica ne capisco poco, ma questa canzone la trovo inascoltabile… praticamente un insieme di rumori fastidiosi. Ripeto ! Sarà perchè ci capisco poco …

    • 5 marzo, 2013 alle 23:39

      In realtà l’arrangiamento è piuttosto ricco e variegato, ma capisco che questo poco si adatti ai gusti del pubblico. Comunque, come dicevo, può piacere o non piacere – ci mancherebbe! 🙂 Più che altro apprezzo l’idea. Grazie del commento!

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