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Le regole della creatività

Come spesso accade quando parlo di fotografia e di arte in generale, lo spunto per questa riflessione mi viene da un articolo di Pega. Nel post, il nostro ragiona su come l’espressione di un bambino sia libera, e man mano che cresciamo ci vengono instillate limitazioni che creano poco per volta una sorta di “paura di creare”. La discussione è continuata nei commenti, come è giusto che sia, con molte voci in accordo con la tesi ma anche alcuni pareri contrastanti. Ho già esposto il mio pensiero proprio in risposta a quel post, ma il concetto mi è rimasto in testa, e si è fuso con un vecchio tema che mi trovo ad affrontare da anni: la natura della creatività.

Vorrei concentrarmi su un aspetto in particolare del processo creativo. Si diceva che la creatività, intesa come libertà espressiva, viene “limitata” dalle regole e dai canoni che assimiliamo nel corso della vita. La domanda quindi è: è bene imporre regole e vincoli a chi crea arte?

Sia chiaro che la riflessione riguarda un ambito puramente artistico. Chi si trova a fotografare eventi per un giornale o un pubblicitario, o a scrivere colonne sonore per un film, o a scrivere il discorso del Presidente degli Stati Uniti deve ovviamente sottostare a tutta una serie di leggi scritte e non scritte che riguardano lo specifico tipo di messaggio che si vuole trasmettere. Lascerò quindi fuori i casi in cui un mezzo creativo di comunicazione viene usato per fini diversi da quelli puramente artistici.

Torniamo dunque alla domanda iniziale. Per poter rispondere, bisogna capire qual è l’utilità dei vincoli. Sembra facile dire che l'”arte” è espressione libera, pura forza creativa; ma se così fosse, perché mai qualcuno avrebbe “creato” le regole?

La mia risposta è che l’espressione artistica di per sé è vuota. È indubbiamente creativo tracciare segni a caso, come fa il bambino di cui parla Pega.

Pure le regole, di per sé, sono vuote. Se voglio rispettare la regola dei terzi a tutti i costi, la prossima volta che io, fotografo, farò una fototessera, eviterò di inquadrare il cliente bello centrato. Lo metterò sul terzo inferiore sinistro. Perché è la regola.

Mi sembra chiaro che il primo esempio non è comunicativo, e il secondo non è creativo. Il risultato migliore si ottiene quando i due estremi vengono mediati, quando si raggiunge l’equilibrio tra regole e libertà (e questo, permettetemi di dirlo, non vale solo nell’espressione artistica). Alla creatività pura manca qualcosa; alle rigide regole pure. Che cosa? La comunicazione.

Ho cercato di distinguere tra creatività ed espressione. Questo perché non necessariamente chi si esprime lo fa in modo creativo, e non necessariamente la creatività esprime qualcosa. Sopra a questa distinzione, ne aggiungo un’altra: quella tra espressione e comunicazione. La comunicazione è un tipo di espressione strutturata, conscia del destinatario a cui si rivolge e del mezzo che sta usando. Questa coscienza si traduce nell’utilizzo di tecniche specifiche adattabili alla situazione: ognuna è caratterizzata dalle sue regole, dai suoi divieti e dalle sue eccezioni.

Eccoci dunque al bandolo della matassa. Se non si comunica qualcosa, esprimersi liberamente sembra inutile. Per comunicare, ci vuole innanzitutto qualcosa da comunicare; ma per comunicare efficacemente bisogna conoscere e rispettare le regole del mezzo. Tuttavia, l’efficacia della comunicazione passa anche dalla bellezza della forma espressiva, e indubbiamente ci vuole un’espressione creativa. Regole e creatività sono strettamente legate l’una alle altre, un po’ come i mattoni e la malta: i primi danno forma e carattere al muro, ma è la malta che li tiene insieme e li rende solidi.

Tolto il terzo...
Tolto il terzo…, foto di Simone Saviolo su Flickr.

Quindi le regole vanno sempre rispettate? No. La prima regola da ricordare è che ogni regola ha le sue eccezioni, soprattutto in ambito creativo. Esistono due modi principali per uscire dagli schemi: uno consiste nel violarli bellamente. Nelle arti figurative (pittura, fotografia, e persino scultura), una composizione non ortodossa potrebbe avere l’obiettivo di centrare l’attenzione su qualcosa in particolare, rompendo l’equilibrio dei canoni tradizionali. In musica, allo stesso modo, un accordo dissonante o una chiusura non definitiva può creare sospensione, tensione, scomodità. In generale è bene mettere l’ascoltatore o lo spettatore a suo agio, e il modo per farlo è stato studiato per secoli, tanto che oggi abbiamo regole ben codificate che ci permettono di fare “le cose standard”. Talvolta però il nostro intento è quello di disorientare il pubblico, e per farlo possiamo violare i divieti della tradizione.

Diversamente, le regole possono essere “forzate dall’interno”: l’esempio principe, in questo senso, è quello del Manierismo, il movimento artistico che nel Seicento si “ribellò” all’ordine armonioso dell’Umanesimo e del Rinascimento proponendo nuove ardite soluzioni che pure rispettavano formalmente i canoni della classicità. Nella foto sopra ho fatto una specie di parodia della regola dei terzi: ho posto le linee ovunque tranne che lungo i terzi del quadro, creando una divisione principale in quattro parti, e alcune divisioni più piccole. In questo caso, il mio intento era quello di rovesciare le linee guida che impongono di identificare un soggetto predominante: di solito, quando si fotografa un paesaggio, si sceglie se dare risalto al cielo o al terreno mettendo l’uno o l’altro a occupare i due terzi dell’immagine. Non trovando se era più importante la strada, gli alberi, il cielo o le risaie, ho preferito creare un’immagine altamente simmetrica, rispettando quindi gli studi sulle linee di fuga, ma eliminando la posizione di prestigio dei cosiddetti punti forti.

In conclusione, in ogni ambito artistico il principio da seguire è uno solo: le regole devono essere conosciute e profondamente comprese, ma talvolta vanno violate. L’importante è farlo consapevolmente, dopo aver capito lo scopo e l’essenza di una regola, in modo da usare coscientemente una soluzione che non la rispetti al fine di raggiungere un preciso obiettivo, che non coincide con quello “normale”. Questo è ciò che distingue esperimenti studiati da realizzazioni approssimative e da freddi prodotti che potremmo quasi dire “industriali”.

In altre parole, il rispetto della forma aiuta l’efficacia della comunicazione, e la rottura non è altro che il modo “giusto” di esprimere un messaggio forte. Il che, ancora una volta, dimostra il vecchio adagio: l’eccezione… conferma la regola!

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