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Il “concorsone” e la concezione diffusa dell’insegnante

Non ho passato il concorsone

Leggo che il “concorsone” per i docenti italiani ha mietuto moltissime vittime. Leggo percentuali di bocciati nell’ordine del 60%. Leggo di insegnanti che già prestano servizio e sono arrivati nelle aule spaesati, cercando di confrontare l’uno con l’altro le proprie esperienze con gli esercizi fatti a casa. Sì, perché (attenzione) le domande presentate al concorso sono state pescate a caso da un elenco di domande disponibile sul sito del MIUR. La ridico perché forse a qualcuno non è chiaro: andando sul sito del MIUR, era possibile “esercitarsi” con domande simili a quelle del concorso, anzi, così simili che erano proprio quelle; e se uno si fosse messo a fare tutti gli esercizi proposti avrebbe di fatto visto tutte le domande possibili.

Sapendo questo, sono andato anch’io sul sito del MIUR e ho provato a fare un test. Durante la pausa pranzo, in ufficio, mentre mangiavo, e interrompendomi per chiacchierare coi colleghi. Mi sono quasi vergognato di aver sbagliato 6 risposte, ma poi ho scoperto che ne bastavano 35 giuste su 50 per passare alla fase successiva, l’esame scritto. Ho completato il test in meno di 19 minuti, sui 50 previsti.

Ma allora com’è possibile che fior fior di insegnanti non abbiano superato la prova? Prendiamo ad esempio questo insegnante, che annuncia dalle pagine de Il fatto quotidiano il suo sconforto per una prova a suo dire inadeguata.

Si vanta di “leggere il quotidiano insieme” ai suoi alunni e di “imparare la Costituzione e la democrazia con i nostri consigli comunali di classe”; nel suo profilo dichiara con orgoglio

Al bavero della giacca ho sempre due spille: quella della Cgil di cui faccio parte del direttivo regionale della Flc con orgoglio e una spilla gialla con scritto “Io non ho votato Berlusconi”

Non che sia sbagliato, ognuno ha diritto alle sue idee, ma è senz’altro sintomo di scarsa imparzialità, che è proprio ciò che serve ai bambini per diventare degli ottimi cittadini! Rileggendo, tra l’altro, mi accorgo che, no, non mi ero addormentato mentre leggevo, l’arzigogolatura di quell’inciso sul direttivo regionale della Flc è proprio incomprensibile e sgrammaticata – ed è stata prodotta da uno che fa il maestro e il giornalista.

Si vanta di insegnare “scienze” portando i suoi alunni “alla fiera del consumo critico a Milano”, nota rassegna di educazione scientifica. Non so che cosa il signor maestro insegni, e mi auguro che questa sua missione di istruzione scientifica non sia uno sconfinamento nelle competenze di un altro insegnante – compiuto, magari, a spese dell’insegnamento della costruzione della frase. Ma se davvero insegna “scienze”, come può non aver saputo rispondere a questa domanda, quella che lui stesso cita come esempio di quesito assurdo?

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Pamela, Fiona e Gina

Pamela, Fiona e Gina, sono tre ragazze newyorkesi. Stanno prendendo il sole in una piscina della loro città. Pamela indossa un costume intero. Fiona legge un libro, Pamela e Gina sono cugine. Quale di queste affermazioni è vera?
1) Fiona è una studentessa universitaria;
2) Pamela è grassa;
3) a Roma non sono le 9 del mattino;
4) Pamela e Fiona sono cugine.

Il post del maestro scornato non ha, in realtà, aperto alcun dibattito: sono stati tutti d’accordo nel contestare il suo punto di vista. Se è vero che domande di logica sono insufficienti a valutare le qualità di un insegnante, bisogna smettere di far finta che non siano necessarie. Non solo perché queste prove sono simili a quelle dei test Invalsi (secondo quanto sento dire; non ho mai visto un test Invalsi dal vero), e quindi sono cose che ci si aspetta che i bambini delle elementari siano in grado di fare; il vero motivo è un altro.

In un sistema di educazione ed istruzione, ci si aspetta che l’insegnante, anzi: il docente, sia più educato e più istruito dell’allievo. Non deve solo conoscere i dati che si appresta a trasmettere (per quello basterebbe studiarsi la lezione dieci minuti prima di andare in aula), ma deve aver fatto sua la materia con una proprietà tale da poterla comunicare e da poter fornire spiegazioni aggiuntive qualora gli venissero richieste. Questo richiede non soltanto competenze specifiche (sapere come si è svolto il Risorgimento), didattiche (usare le tecniche migliori per aiutare gli studenti ad imparare) e comunicative (per evitare che per i bambini il Risorgimento sia una serie di date da imparare a memoria), ma anche una capacità di pensiero e una forma mentale che non può prescindere dalla strutturazione logica dei concetti.

Senza sprofondare nella retorica modaiola del problem solving, non possiamo sperare che i bambini di oggi diventino pensatori forti e indipendenti se vengono educati da persone che ritengono ridicola una domanda di logica perché parla di Pamela, Fiona e Gina. E non sto pensando a formare dei futuri Kant o Einstein: il rischio è di ridicolizzare a tal punto le capacità intellettuali (a favore di un romantico “cuore e passione”) da formare una massa di persone che accetteranno acriticamente qualunque cosa venga loro offerta, perché non avranno né la spinta né le capacità per indagare oltre quanto dice il loro appassionato maestro iscritto alla Cgil (di cui fa parte del direttivo regionale della Flc con orgoglio).

Mi auguro che le fasi successive del “concorsone” valuteranno attentamente molti aspetti, compresi quelli propri dell’arte dell’insegnare; e voglio anche illudermi che non si trasformerà nel solito concorso “all’italiana”. Ma il concorso ha fatto già due cose buone: ha finalmente impostato una selezione mettendo come primo stadio l’abicì, e ha mostrato come il 60% delle persone che vogliono fare l’insegnante non sappia rispondere ad almeno il 70% delle domande di abicì che sono state loro presentate. La formula del “concorsone” non è certo perfetta (nessuna lo può essere), ma, se riuscirà a mettere in discussione la convinzione diffusa che il lavoro dell’insegnante possa essere usato come un ammortizzatore occupazionale e sociale, avrà già fatto un favore alla scuola italiana più grosso di tutte le riforme possibili e immaginabili.

PS: vi invito a sostenere la prova sul sito del MIUR e a condividere i vostri risultati qui sotto, oppure sulle pagine ufficiali Facebook e Google Plus!

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  1. 29 dicembre, 2012 alle 19:07

    Ne ho sbagliate 4 in 37 minuti, ma ci tengo a precisare che nel frattempo mi stavo organizzando per l’aperitivo: anche inviato 4 SMS, fatto due telefonate e sono sceso a dire ai miei che non mangiavo a casa… posso fare il prof! 🙂

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