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Il valore del patto col diavolo: la catarsi

Parlando con un amico del mio precedente post sul patto col diavolo, mi è stata posta una domanda apparentemente semplice: tu ci credi?

Beh, in senso stretto no. Non credo che esista una formula magica per convocare al proprio cospetto il signore degli inferi, e non credo che nessuno abbia mai firmato un vero e proprio contratto di dannazione eterna.

Giulio Andreotti

Tranne forse Andreotti. In quel caso però la dannazione ce la prendiamo noi italiani.

Dopo questo momento di ilarità, torniamo a parlare del patto col diavolo. Perché la domanda sembrava semplice, ma non lo è veramente se si va oltre l’aspetto iconografico.

Mi spiego meglio. Un accordo faustiano consiste nello scendere a patti con un’entità soprannaturale, il “diavolo”, offrendole qualcosa in cambio di un certo beneficio; in pratica, un’offerta sacrificale. Il connotato negativo deriva da due aspetti: uno attinente alla sfera sacra e spirituale, cioè il sacrilegio, l’altro legato ad un’etica più prettamente umana, cioè quella che chiamerò la scorciatoia.

Partiamo dalla prima, che è più semplice. In che senso il patto col diavolo è sacrilego? Nel senso che chi lo sottoscrive ammette definitivamente una mancanza di fiducia nelle proprie capacità, nei propri talenti naturali, ritenendole insufficienti a raggiungere un certo obiettivo. Il termine “talento” deriva dal nome di una moneta greca, ed ha assunto il significato attuale grazie alla “parabola dei talenti” riportata dai Vangeli. Il talento è quel dono, pure piuttosto prezioso, che Dio fa a ognuno di noi, senza esclusione – anche se, secondo la parabola, c’è chi ne riceve di più e chi meno. Sta a noi farlo fruttare e non lasciare che vada sprecato. Il patto col diavolo è sacrilego proprio in questo senso: infrange un qualcosa di sacro, cioè un dono che abbiamo ricevuto fin dalla nascita, e lo abbandona per seguire la seduzione di un successo più facile. (Si noti che, anche se faccio riferimenti ai talenti e alla parabola cristiana, la sacralità delle doti naturali è riconosciuta da quasi tutte le religioni e le filosofie del mondo.)

Voglio invece parlare un po’ più ampiamente del secondo significato. Escludiamo un attimo la dimensione sacrale e limitiamoci a pensare a come tradizionalmente viene concepito il percorso verso un obiettivo. In tutto il mondo, viene considerato lodevole (etico, morale, normale, a seconda delle culture) lavorare ed impegnarsi per raggiungere un fine, e quindi chi riuscisse ad ottenere un successo senza aver speso un certo impegno verrebbe considerato un’eccezione. Escludendo i casi di fortuna, che comunque generano istintivamente invidia, la reazione più naturale è quella del sospetto e di un certo disprezzo: se esistono modi illegali o immorali per ottenere facilmente qualcosa, e qualcuno non ha fatto fatica – mentre io sì, accidenti! – allora evidentemente ha usato una qualche “scorciatoia” non tanto pulita. Il patto col diavolo è proprio questo: “c’è molta strada da fare per arrivare in cima, se vuoi farlo con il rock’n’roll”, dicevano gli AC/DC, a meno che non prenda l’autostrada offerta dal patto faustiano.

Ma allora, se siamo tutti d’accordo (almeno a parole 😉 ) a dire che le scorciatoie sono deprecabili, da dove viene il successo del patto col diavolo?

Per gli artisti sembra essere una vera ossessione, ma evidentemente lo è anche per il loro pubblico. Senz’altro contribuisce il fascino di una situazione sovrumana, affrontata da una personalità indubbiamente fuori dal comune, per quanto possa essere moralmente deprecabile. Un esempio è quello del famoso libro di Oscar Wilde, in cui un damerino buono a nulla ottiene con un patto demoniaco che le sue brutture fisiche e morali si trasferiscano su un suo ritratto, lasciando il suo aspetto candido ed immacolato. Tutti diciamo che Dorian Gray era uno sciocco vanesio e debosciato, e lo condanniamo per aver compiuto una scelta così ignobile, eppure non dimentichiamo la sua vicenda, e anzi continuiamo a declinarla in decine di varianti e a collocarlo ai giorni nostri. Perché?

Scena di tragedia

Il successo della metafora del patto col diavolo, secondo me, sta nel suo effetto catartico. La catarsi è quell’effetto purificante che viene tipicamente associato alle tragedie greche. In esse venivano rappresentati i crimini più turpi: assassini, tradimenti, inganni, ma anche incesti, patricidi, uxoricidi. Sebbene l’atto in sé non venisse mai mostrato esplicitamente alla platea (veniva di solito mimato con un’ombra dietro a una tenda, o narrato), il tragediografo metteva comunque lo spettatore di fronte alle debolezze e alle perversioni dell’animo umano. Ciò non era dettato dal gusto del voyeurismo che spesso riscontriamo nel moderno genere horror, ma aveva un preciso scopo educativo: insegnare al pubblico che l’uomo non è soltanto buono e perfetto come ci fanno credere i filosofi, ma anzi, nel cuore dei personaggi alberga un seme di odio e crudeltà. E visto che i personaggi non sono altro che persone comuni, allora quel seme è radicato nella natura stessa dell’uomo, in ognuno di noi. Conoscere questo lato oscuro, e vedere davanti ai nostri occhi quanto in basso ci può portare, risveglia la nostra coscienza, e ci aiuta a porre dei limiti ai nostri istinti e comportamenti.

In che senso, quindi il patto col diavolo è catartico? Quanti di noi, di fronte ad un’offerta vantaggiosa – anche se, magari, non proprio completamente pulita, – non accetterebbero, pensando che in fondo non ci sia niente di male? L’ingenuità di chi non conosce il vizio potrebbe essere pericolosa, soprattutto per lui. Ecco allora che il patto faustiano ci mette davanti ad una storia – evidentemente romanzata ed esagerata – che mostra la rovina di chi segue strade immorali. Fuor di metafora, il diavolo non è Satana, il soprannaturale avversario di Dio, ma la tentazione in cui può cadere chi cerca un successo facile ed immediato. La dannazione non è la condanna eterna all’Inferno (o forse sì, chi lo sa?), ma il risultato dei compromessi a cui si dovrà scendere.

Dorian Gray ottenne l’eterna giovinezza, ma si alienò qualunque simpatia e amicizia che la natura avrebbe potuto concedergli; non ci è dato sapere se il diavolo (la cui presenza è appena sfiorata nel racconto di Wilde) abbia infine preso la sua anima per l’eternità, ma la sua condanna è arrivata già in terra. Un musicista che stringe il patto con Legba diventerà famoso senza merito, il suo successo sarà superficiale, e la sua punizione si concretizzerà già nel senso di colpa che lo coglierà in vecchiaia, come accade a Willie Brown in Crossroads. In parole povere, il prezzo del patto faustiano non si paga in una vaga ed indefinita “eternità”, ma nel momento stesso in cui il successo precoce esaurisce il suo valore. Il dottor Faust, Robert Johnson e Steve Vai ci insegnano questa lezione nel modo più comprensibile e memorabile possibile.

Cosa ne pensate? Per voi il patto col diavolo è solo un’invenzione letteraria o potete ritrovarlo nella vita quotidiana?

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  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. 1 febbraio, 2016 alle 19:32

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