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Humiles ad cunas

Arriva Natale, e con esso i canti di Natale. Una festa dal doppio volto, uno sacro e uno profano, e questa dicotomia si ripresenta anche in musica. Da una parte, la festa del commercio e del capitalismo americano Anni Cinquanta ci presenta classiche filastrocche sulla neve e i pupazzi magici, canzoni slow rock e swing che immortalano i valori della famiglia Cunningham, e tradizioni rinforzate nel periodo tra le due guerre dalla Coca-Cola. Ma dall’altro rimangono gli inni sacri del Cristianesimo, anch’essi declinati in varie forme, dalle tradizionali pive zampognare (Tu scendi dalle stelle, che il Signore ce l’abbia in gloria) alle più moderne influenze nere del blues e del gospel.

Un aspetto sul quale però si infrange persino lo spirito natalizio del più fervente cantore cattolico è quello linguistico. Dal giorno in cui il Concilio Vaticano II stabilì che le Messe e i Sacramenti tutti potessero (dovessero) essere celebrati nella lingua nazionale anziché in latino, fu una corsa alla traduzione dei testi dei canti sacri. Traduzione che non è ancora fissa neanche oggi: alcuni editori in particolare si divertono a cambiare versi, emiversi o anche singole parole da un’edizione ad un’altra. Ma il problema è un altro, e cioè che queste traduzioni, a volte, fanno veramente pena.

Adeste fideles

L’esempio principe, quello per cui lotto ogni Natale, è quello di Adeste fideles. A tutti quelli della mia generazione (siamo già cresciuti con MTV e con la versione bianca di Micheal Jackson; mica parlo dei nonni dei piccoli balilla) è stata insegnata in latino. Un testo del quale, al tempo, capivamo solo “lieti e trionfanti” e “venite adoremus”, anche perché quei pochi di noi che dopo hanno studiato latino all’epoca non sapevano neanche “rosa rosae”. Qualche anno dopo scopriamo che i “nuovi” bambini la cantano (gliela fanno cantare) in italiano. Rabbrividiamo.

Sia chiaro che il mio orrore non nasce da un retrogrado attaccamento ai ricordi dell’infanzia e un rifiuto conservatore di tutto ciò che è nuovo e diverso: viene dal fatto che il testo italiano è povero e smorto, completamente privo della poesia e dell’affetto che era nel testo latino. Un po’ come prendere la Divina Commedia e riscriverla come se fosse una pagina di Wikipedia, con l’indice dei contenuti e deduzioni logiche raccolte in elenchi puntati. Lascerò che siate voi lettori a valutare personalmente.

Adeste fideles (originale) Traduzione in italiano
Adeste, fideles,
laeti triumphantes,
venite, venite in Bethlehem.
Natum videte Regem angelorum.
Venite adoremus, venite adoremus,
venite adoremus Dominum.

En, grege relicto,
humiles ad cunas
vocati pastores adproperant.
Et nos ovantes gradu festinemus.
Venite adoremus…

Aeterni Parentis
splendorem aeternum
velatum sub carne videbimus.
Deum infantem pannis involutum.
Venite adoremus…

Pro nobis egenum
et foeno cubantem
piis foveamus amplexibus.
Sic nos amantem quis non redamaret?
Venite adoremus…

Avvicinatevi, fedeli,
lieti e trionfanti,
venite, venite a Betlemme.
Vedrete il Re degli angeli appena nato.
Venite adoriamo, venite adoriamo,
venite adoriamo il Signore.

Ecco, abbandonato il gregge,
all’umile culla
si avvicinano i pastori, chiamati (dall’angelo).
E noi, pregando, ci affrettiamo volentieri.
Venite adoriamo…

Vedremo l’eterno splendore
dell’Eterno Genitore
nascosto in (un corpo di) carne.
Dio, bambino, avvolto in fasce.
Venite adoriamo…

Scaldiamo con devoti abbracci
(il bambino), che per noi è stato fatto
povero e adagiato nel fieno.
Chi non ricambierà l’amore di chi ci ama così tanto?
Venite adoriamo…

Ecco invece il testo italiano, come riportato ne La Casa del Padre:

Venite fedeli (testo italiano)
Venite, fedeli, l’angelo ci invita,
venite, venite a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo, venite adoriamo, venite adoriamo
il Signore Gesù.

La luce del mondo brilla in una grotta:
la fede ci guida a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo…

La notte risplende, tutto il mondo attende:
seguiamo i pastori a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo…

Il Figlio di Dio, Re dell’universo,
si è fatto bambino a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo…

Sia gloria nei cieli, pace sulla terra
un angelo annuncia a Betlemme.
Nasce per noi Cristo Salvatore.
Venite adoriamo…

Mentre il testo latino (risalente al Settecento, in parte trascritto da fonti più antiche andate perdute, in parte integrato dal vescovo di Versailles) mette in risalto l’aspetto amorevole della Natività e induce un sentimento di affetto verso il Bambino (“piis foveamus amplexibus”, “Deum infantem pannis involutum”), quello italiano pare invece un’accozzaglia di immagini sterotipate, più adatte ad un libro di catechismo che ad un canto.

Stille Nacht

Allo stesso modo, anche Stille Nacht ha avuto una traduzione non molto appropriata. Composta nel 1818 da due austriaci, il sacerdote Joseph Mohr e l’insegnante di musica Franz Gruber, è poi stata tradotta in italiano negli Anni Trenta dal sacerdote bergamasco Angelo Meli, che non si limitò ad una pura e semplice traduzione dal tedesco all’italiano, ma diede al canto un nuovo tenore poetico (Astro del Ciel). In tempi più recenti, ancora La Casa del Padre offre una versione decisamente meno aulica, intitolata Nato per noi, probabilmente anche per problemi di copyright (detenuto dalle Edizioni Carrara). Ecco il confronto tra i testi (solo la prima strofa):

Stille Nacht (originale) Traduzione in italiano
Stille Nacht! Heilige Nacht!
Alles schläft; einsam wacht
Nur das traute hochheilige Paar.
Holder Knabe im lockigen Haar,
Schlafe in himmlischer Ruh!
Schlafe in himmlischer Ruh!
Notte tranquilla, notte santa!
Tutto dorme; solitaria, veglia
soltanto la coppia santissima.
Bimbo grazioso, coi capelli pieni di ricciolini,
dormi in pace celeste!
Dormi in pace celeste!
Astro del Ciel Nato per noi
Astro del Ciel, Pargol divin,
mite Agnello Redentor,
Tu che i vati da lungi sognar,
Tu che angeliche voci annunziar,
luce dona alle menti!
Pace infondi nei cuor!
Nato per noi, Cristo Gesù,
figlio dell’Altissimo,
sei cantato dagli Angeli,
sei l’atteso dai secoli,
vieni, vieni Signore,
salvaci Cristo Gesù!

Che dire? Tre versioni diversissime! L’originale austriaco, a dispetto dei proverbi sulla rigidità germanica, dipinge ancora una volta un quadretto di dolce e tenero amore familiare. Il testo italiano di don Meli valorizza la santità dell’evento con un linguaggio aulico, un registro poetico al limite del desueto: quanti poeti successivi a Leopardi avranno usato la contrazione del passato remoto (sognar = sognarono, annunziar = annunziarono)? Si tratta di due stili assai diversi, ma pur sempre motivati e funzionali alla trasmissione del messaggio natalizio. Ma Nato per noi?!

Perché versioni così povere?

Sembra impossibile che la scarsa qualità delle versioni più recenti sia imputabile ad uno scarso investimento di tempo o energie. Evidentemente, anche per via delle disposizioni del Concilio Vaticano II, si vuole migliorare la comunicazione con l’assemblea, nella quale, non avendo tutti studiato il latino o i poeti pre-romantici, un canto latino potrebbe destare scarsa attenzione se non addirittura distrazione.

A questo punto però vale la pena porsi la domanda: è meglio comunicare male con tutti, per evitare di dover educare, oppure insegnare a comunicare meglio? Parlare bene è pensare bene; la comunicazione appropriata è più efficace di quella semplificata, anche se quest’ultima è accessibile a tutti. Invece di dire che “tanto i bambini non capiscono il latino”, non sarebbe meglio perdere mezz’ora a spiegare il testo latino (basterebbe tradurlo: è molto più comprensibile di quello italiano)?

La domanda ha implicazioni molto ampie, che vanno ben oltre la questione di un canto di Natale. Per rispondere in maniera sensata, dovremmo forse andare oltre la cocciutaggine di chi addita l’arretratezza e il carattere elitario del “latinorum”, e armarci invece di quella voglia e curiosità di imparare che da sempre è stata alla base della conoscenza e della scoperta. Solo così potremo andare ancora oggi “humiles ad cunas”, nel vero spirito natalizio (sacro e profano).

Commenti? Siete i benvenuti!

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  1. 20 dicembre, 2011 alle 09:18

    Ciao, tempo addietro mi dilettavo a cantare nel coro della mia parrocchia sia: Adeste Fideles,
    in latino che Astro del Ciel versione originale. Non conoscevo il latino (e neanche ora lo conosco, tranne poche cose ), ma nel cantarla una dolce commozione mi stringeva il cuore.
    Si sentiva tutta la forza di una Magia irripetibile. Oggi hanno impoverito tutto, annullando
    anche l’emozione del momento.
    Buon Natale
    Mistral

  2. 24 novembre, 2014 alle 15:04

    Io insegno a Galatone, nel Polo 1. I bambini canteranno questa canzone a Natale, in un coro intergrado scolastico, formato tra primaria e secondaria. Sto insegnando la versione latina, con la traduzione italiana, non solo, sto impostando su queste canzoni una parte dello studio del testo poetico.

  3. pietro
    25 dicembre, 2016 alle 03:30

    Condivido appieno i concetti relativi ai miserevoli risultati ottenuti, di norma, dai vari e spesso maldestri tentativi di traduzione o adattamento dei testi originali in latino (o in lingua) di celebri canti natalizi, o religiosi in genere. Lo deve riconoscere anche uno come il sottoscritto che, studiandolo a scuola, aveva maturato una forte intolleranza per il latino, salvo poi riscoprirne in anni successivi l’affascinante profondità e l’impareggiabile efficacia espressiva e di sintesi.
    Non posso dire di esserne un cultore esperto, tuttavia mi sentirei particolarmente felice se fosse molto più vasta la schiera di quanti sono in grado di assaporare l’armonisa essenzialità di una lingua che, a torto, viene ormai considerata letteralmente morta.
    D’altra parte anche questa è una di quelle riflessioni indotte da una realtà che non mi piace accettare.
    Purtroppo, mi sto rendendo conto che se è vero, come dice qualcuno, che “la bellezza salverà il mondo”, non stiamo certo praticando la strada maestra.
    Salvare la bellezza è una sfida faticosa, ma sempre esaltante, di cui spesso troviamo nel passato molte tracce eloquenti e sulle quali qualcuno cerca ancora faticosamente di orientarsi. Tuttavi siamo costretti in genere a constatare che il gusto di progredire su questa strada è seriamente compromesso, se non del tutto soffocato, da una cultura permeata di un invadente quanto avvilente sapore di Mc Donald…. (sigh!)
    PIBER44 – Dicembre 2016

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