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L’infinita colazione di Alan, un giorno della sua vita

Cari vecchi dischi di vinile. Grossi piatti di plastica dura con una spirale incisa. La puntina del giradischi iniziava il suo viaggio dal bordo esterno e, guidata dal solco, andava poco per volta verso il centro. Era il disco che guidava la puntina, non il contrario; tant’è che i graffi sul disco erano l’incubo di qualunque appassionato: la puntina si lasciava distrarre e la canzone non andava avanti.

Roba che quando Sony nel 1984 ha inventato il CD con lettore ottico hanno dovuto farlo al contrario: la rivoluzione era, appunto, che non c’era più contatto meccanico, e quindi niente più fruscio, niente più rischio di dischi rovinati, e in buona sostanza più qualità. Gente che aveva avuto fior fior di tecnici del suono, come ad esempio dei ragazzi inglesi noti come “i Beatles”, quando mise le proprie canzoni su CD scoprì gli errori. Per dirne una, in A Day in the Life (dall’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts’ Club Band) si voleva creare l’effetto di prolungare una nota fino alla dissolvenza completa del suono, e per farlo si fece suonare lo stesso accordo di mi su tre pianoforti a coda, registrandoli a volume sempre più alto man mano che il suono si attenuava. Beh, quando l’album è stato rimasterizzato su CD ci si è accorti che il suono era, in realtà, ancora udibile alla fine della registrazione.

Però la testina che sceglieva dove andare aveva un problema “filosofico”: era il lettore a decidere il ritmo dell’incisione, e non il disco. Sembra normale, e lo è, quando si parla di registrazioni normali. Quando si parla di Beatles e di Pink Floyd, non si parla di registrazioni normali. Anche perché parliamo dello studio di Abbey Road e di due grandi come George Martin e Alan Parson.

Proprio in A Day in the Life, oltre all’accordo di cui dicevamo, fu inserita un’accozzaglia di voci e suoni nel solco finale. Sui dischi di vinile, infatti, la spirale si chiudeva attorno all’etichetta con un ultimo giro al termine del quale il solco si ricongiungeva al giro precedente, senza più convergere; in questo modo, al termine del disco la puntina, anche se lasciata incustodita, avrebbe potuto rimanere sul posto mentre il disco continuava a girare. Incidendo anche quest’ultimo tratto di solco, il suono veniva quindi riprodotto all’infinito. I Beatles, in piena fase psichedelica, ispirati da Pet Sounds dei Beach Boys e probabilmente anche da qualche variante dell’LSD, decisero di incidere questo… qualcosa. Un po’ che lo fecero apposta, un po’ che i loro fan erano l’equivalente pre-“Star Trek” dei nerd, questo ultimo solco è stato interpretato in mille modi: Paul è morto, i Beatles sono satanisti convinti, oppure il Governo ci sta ipnotizzando. Giudicate voi.

Leggermente più sani di mente (almeno in quel momento), i Pink Floyd si limitarono a suoni comprensibili. E così Alan’s Psychedelic Breakfast, ultimo brano del mitico Atom Heart Mother, “racconta” la storia di Alan Stiles, storico roadie della band già apparso sul retrocopertina di Ummagumma, che fa colazione, dalla lista della spesa fino al ricordo delle colazioni passate. Sì, lo so, noi che siamo abituati alle canzonette d’amore gridiamo all’opera d’arte, ma sinceramente non è che questi autori fossero proprio tutti a posto. Comunque, il buon Alan parla del suo latte e cereali mentre i Pink Floyd in sottofondo fanno musica come solo loro sanno fare.

(Ora che ci penso, a raccontarla così mi viene in mente quella pubblicità in cui una band canta gli Articolo 31 ad un tizio che vuole soltanto far colazione, ma non è questo il punto.)

Come molte canzoni dei Pink Floyd (penso a Echoes, giusto per dire la più famosa), anche la colazione psichedelica di Alan incomincia con un suono leggero ripetuto a intervalli regolari nel silenzio: solo che stavolta non è un Moog che fa “ping”, ma un rubinetto che perde. E così venne l’idea: così come la canzone si apre col rubinetto che perde, allo stesso modo la si chiuda col rubinetto che perde! Ma si sa che i rubinetti perdono molto a lungo, e quindi lo stillicidio fu inciso sul solco finale, in modo che un vero appassionato potesse dimenticarsi del giradischi, andare a dormire, e svegliarsi alle tre di notte brandendo inutilmente una chiave a pappagallo contro un incolpevole lavello sano.

Ebbene signori, chi, come me, nel 1984 ci è nato, tutte queste cose le può solo conoscere per curiosità storica. Le versioni CD, MP3, Super Audio CD, fullaccadì e bluréi che ci giungeranno negli anni e secoli a venire saranno prive di tutto questo. Alcune edizioni includono qualche ripetizione del solco finale, così, per dare l’idea. Ma ci è negato il piacere di goderci questo ultimo infinito cerchio da lasciare su fino a quando non sopraggiunga un enorme rompimento interiore – o un sottile e raffinato ennui, a seconda del carattere.

…ma ci avremo veramente perso tanto?

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  1. 10 dicembre, 2011 alle 01:31

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