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Archive for maggio 2011

Il monumento a Vittorio Emanuele II a Vercelli

Vittorio Emanuele II

Ripropongo qui un piccolo servizio che avevo dedicato al monumento a Vittorio Emanuele II che si trova in piazza Pajetta a Vercelli. Ho notato che, mentre la statua del re, posta a diversi metri d’altezza, è piuttosto conosciuta e nota, al contrario i gruppi statuari e simbolici della base sono spesso ignorati. Forse è per via della conformazione stessa della piazza, che fa sì che non ci si trovi spesso ai piedi del monumento.

Il monumento a Vittorio Emanuele II a Vercelli rappresenta – ovviamente – il primo Re d’Italia, posto sulla cima di un’alta colonna. Alla base della colonna si trova una celebrazione della storia risorgimentale, articolata in tre fasi intorno ad un piedistallo triangolare sulle cui facce si notano tre scudi, dedicati ad altrettante vittorie del Regno di Sardegna: Goito, Palestro e San Martino.

Italia ieri, Italia oggi

Ai vertici del triangolo sorgono invece tre statue femminili, che rappresentano l’Italia in tre momenti del Risorgimento: l’Italia sconfitta nella Prima Guerra d’Indipendenza (1849), quella vittoriosa e battagliera della Seconda (1859), e quella padrona di Roma dopo la breccia di Porta Pia (1870).

Il monumento, opera di Ercole Rosa, fu realizzato da Ercole Villa nel 1887. La statua del sovrano è in bronzo, e presenta piccole differenze rispetto al bozzetto originale, nel quale ad esempio Vittorio Emanuele aveva l’elmo in mano. È possibile vedere il bozzetto originale, tra le altre cose, alla mostra Gli eroi ritrovati al Museo Leone. Leggi tutto…

Mike, il pollo senza testa

C’è chi perde la testa ma continua a vivere come se niente fosse. Un pollo del Colorado ne sa qualcosa.

Il 10 settembre del 1945, un certo Lloyd Olsen preparò un bel pollo per una cena con ospiti. Dato che tra gli ospiti c’era la suocera, il buon Lloyd pensò di riservarle la sua parte preferita, il collo, decapitando con cura il povero pollo. Evidentemente, ci mise troppa cura: l’ascia mancò la giugulare, e, pur avendo staccato quasi tutta la testa, aveva lasciato praticamente intatto il tronco dell’encefalo. Che, combinazione, è giusto la parte del cervello che negli animali (compreso l’uomo) gestisce i movimenti, i sensi, gli istinti primordiali; non che un pollo abbia molto altro nella testa, sia chiaro. Fatto sta che il pollo Mike (non è chiaro se si chiamasse Mike già prima) non sanguinava, o almeno non abbastanza da morire, aveva perso il becco e gli occhi ma sapeva ancora muoversi e curare le funzioni vitali, e quindi in buona sostanza decise che non gliene fregava poi granché. Così Lloyd Olsen, qualche ora dopo, ritrovò Mike che scorrazzava per il pollaio e cercava di beccare del mangime da terra; con scarso successo, ma con tanta buona volontà.

No, sul serio. Mike, in quanto americano, assurse a simbolo della voglia di vivere e della ostinata volontà di quel popolo che non fa niente di normale. Il pollo stava bene, era in salute, anzi ingrassava sempre più. Veniva alimentato… normalmente, con chicchi di grano e acqua, solo che glieli davano con un contagocce direttamente nell’esofago aperto. Era “un pollo perfettamente sano e felice, a parte il fatto che non aveva la testa”. Mike andò in tournée per tutti gli Stati Uniti; fu valutato e assicurato per 10.000 dollari (parliamo della fine degli Anni Quaranta). Il Life e il Time si occuparono del suo caso; ovviamente si interessò anche il Guinness World Record. E proprio durante un viaggio, durante la notte Mike iniziò a soffocare, e poiché gli Olsen non riuscirono a trovare il suo contagocce per il povero pollo senza testa non fu possibile fare niente.

In tutto, Mike visse ben 18 mesi dopo essere stato decapitato. Ancora oggi, a Fruita, Colorado, il pollo senza testa viene ricordato il terzo weekend di maggio, in due giorni di feste ed eventi per famiglie.

Il mare a quadretti, eroe nazionale

Mare a quadretti

Il distretto del riso piemontese copre una vasta area, dalla Dora Baltea fino al Sesia e oltre. La coltura del riso giunse nelle terre tra il Vercellese e il Canavese già nel XV secolo, ma fa soprattutto nel tardo Settecento e nell’Ottocento che ebbe luogo la sistematica trasformazione dell’ambiente che creò la fitta rete di canali, fossi e argini che ancora oggi caratterizza l’aspetto delle campagne da Chivasso a Novara. Uno dei principali promotori di questa opera fu il conte Camillo Benso di Cavour, che, anche in virtù delle sue origini trinesi, fu coinvolto prima come imprenditore e poi come ministro del Regno di Sardegna, del quale ricoprì anche la carica di Ministro dell’Agricoltura. Proprio Cavour fu impegnato nella creazione del canale che da lui prende il nome: progettato dall’ingegner Carlo Noè sulla base dell’idea di Francesco Rossi, esso costituisce la spina dorsale della rete di canali irrigui che permettono l’allagamento delle risaie tra la fine di aprile e il mese di maggio.

Le campagne allagate creano un incredibile effetto paesaggistico, che i primi immigrati meridionali, non abituati alla vista, definirono “mare a quadretti”. La distesa d’acqua, interrotta soltanto dagli argini e dalle strade, crea uno specchio in cui le cascine, i pali della luce, il cielo e il sole sembrano sospesi. Molto meno romantico è un altro aspetto ben noto agli abitanti delle “terre d’acqua”, che offrono l’ambiente ideale per l’incubazione delle uova di zanzara.

Ma forse non tutti sanno che le risaie del Vercellese, oltre al loro importante ruolo economico-ambientale, furono protagoniste anche nella storia del Risorgimento. Di fatto, in un episodio cruciale salvarono le sorti non solo della guerra, ma dello stesso Regno di Sardegna. Leggi tutto…

L’infinita colazione di Alan, un giorno della sua vita

3 maggio, 2011 1 commento

Cari vecchi dischi di vinile. Grossi piatti di plastica dura con una spirale incisa. La puntina del giradischi iniziava il suo viaggio dal bordo esterno e, guidata dal solco, andava poco per volta verso il centro. Era il disco che guidava la puntina, non il contrario; tant’è che i graffi sul disco erano l’incubo di qualunque appassionato: la puntina si lasciava distrarre e la canzone non andava avanti.

Roba che quando Sony nel 1984 ha inventato il CD con lettore ottico hanno dovuto farlo al contrario: la rivoluzione era, appunto, che non c’era più contatto meccanico, e quindi niente più fruscio, niente più rischio di dischi rovinati, e in buona sostanza più qualità. Gente che aveva avuto fior fior di tecnici del suono, come ad esempio dei ragazzi inglesi noti come “i Beatles”, quando mise le proprie canzoni su CD scoprì gli errori. Per dirne una, in A Day in the Life (dall’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts’ Club Band) si voleva creare l’effetto di prolungare una nota fino alla dissolvenza completa del suono, e per farlo si fece suonare lo stesso accordo di mi su tre pianoforti a coda, registrandoli a volume sempre più alto man mano che il suono si attenuava. Beh, quando l’album è stato rimasterizzato su CD ci si è accorti che il suono era, in realtà, ancora udibile alla fine della registrazione.

Però la testina che sceglieva dove andare aveva un problema “filosofico”: era il lettore a decidere il ritmo dell’incisione, e non il disco. Sembra normale, e lo è, quando si parla di registrazioni normali. Quando si parla di Beatles e di Pink Floyd, non si parla di registrazioni normali. Anche perché parliamo dello studio di Abbey Road e di due grandi come George Martin e Alan Parson. Leggi tutto…

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