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Il videogioco in Italia non è solo Gioventù Ribelle

Nell’eterna lotta tra arte e industria, l’Italia è sempre stata dalla parte dell’arte. Anche perché, diciamocelo, a fare le cose in maniera efficiente non siamo proprio i migliori al mondo. E proprio quando il mondo incomincia a riconoscere il valore artistico e comunicativo del videogioco, purtroppo noi siamo ancora un po’ indietro. Gli americani e i giapponesi hanno prima messo in piedi un’industria da decine di milioni di dollari, dopodiché hanno attraverso quella finanziato progetti più raffinati. In Italia manca una forte industria del videogioco (esiste un solo sviluppatore di titoli per console), e quindi chi cerca mecenatismo ha praticamente una sola opzione: gli enti pubblici.

Ma come sappiamo, in Italia ciò che è pubblico non è di nessuno, coi risultati che ben conosciamo in ogni settore. Purtroppo è andata a finire così persino con i videogiochi, come dimostra il caso di Gioventù Ribelle, recentemente salito ai (dis)onori delle cronache in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. In breve (si è già sprecato troppo inchiostro, anche digitale), il progetto consisteva nella realizzazione di uno sparatutto educational (trova l’ossimoro) ambientato negli scenari culminanti del Risorgimento, ed è stato creato e promosso da Raoul Carbone, dirigente di studi di sviluppo, di corsi universitari, di associazioni varie ed eventuali legate alle Opere Multimediali in seno a Confindustria e non. Patrocinato dal Ministero della Gioventù, e presentato a Napolitano già lo scorso 3 novembre, venne presentato come “un prodotto di alta qualità”, in grado di competere con i principali titoli commerciali internazionali e di portare in alto la bandiera italiana nel settore.

Il risultato, tuttavia, è stato ben diverso da quanto promesso. Va detto che il genere sparatutto è probabilmente il più redditizio per le aziende del settore: basti pensare alle vendite (nell’ordine di diversi milioni di copie anche in pochi giorni) di Call of Duty, Battlefield o Halo – tutti titoli estremamente costosi, con budget di sviluppo di decine di milioni di dollari più il budget di marketing, spesso superiore. È anche un genere in cui la qualità del prodotto sugli scaffali è altissima, anche perché la concorrenza è molta e molto agguerrita. A fronte di ciò, Gioventù Ribelle è stato realizzato da 8 studenti universitari, che, partendo dall’Unreal Engine (ormai lo standard per gli sparatutto ad ogni livello), hanno ricreato le ambientazioni e i personaggi delle battaglie risorgimentali. Peccato che non abbiano fatto nulla di più: le lacune della demo presentata il 17 marzo sono molte, a cominciare dalla finitura inesistente (menù e modalità di gioco sono quelli standard di Unreal, al punto che bisogna disattivare a mano il limite di tempo della partita) per continuare con il gameplay assolutamente trascurato (le AI sono immobili e basta sparare per ucciderle e godersi un “First blood!” che viene direttamente da Unreal Tournament) e l’assenza di qualunque controllo, col risultato che si può entrare in un cortile, trovarvi il papa, e sparargli indisturbati. Mazzini ne sarebbe orgoglioso.

Senza entrare più di così nel merito dell’operazione Gioventù Ribelle e degli intrecci economico-politici ben descritti da Wired, resta il fatto che, nonostante le successive smentite da parte di Carbone e le accuse di aver equivocato le premesse, questo… “prodotto”, se così lo si può definire, ha affossato l’immagine dell’industria italiana del videogioco, che pure produce, tra gli altri, uno dei più apprezzati simulatori di motociclismo al mondo.

Per fortuna, esistono (pochi) corsi universitari dedicati alle applicazioni multimediali in generale e ai videogiochi in particolare. Uno di questi è il corso tenuto dal professor Pier Luca Lanzi presso il Politecnico di Milano. Il corso conclusosi a gennaio ha richiesto agli studenti di laurea specialistica di sviluppare un gioco, organizzati in gruppi di 4-5 persone, e di realizzare un trailer. Potete vedere i risultati sul sito del professor Lanzi: i risultati dimostrano che c’è vita oltre Gioventù Ribelle!

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