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Archive for marzo 2011

Il videogioco in Italia non è solo Gioventù Ribelle

Nell’eterna lotta tra arte e industria, l’Italia è sempre stata dalla parte dell’arte. Anche perché, diciamocelo, a fare le cose in maniera efficiente non siamo proprio i migliori al mondo. E proprio quando il mondo incomincia a riconoscere il valore artistico e comunicativo del videogioco, purtroppo noi siamo ancora un po’ indietro. Gli americani e i giapponesi hanno prima messo in piedi un’industria da decine di milioni di dollari, dopodiché hanno attraverso quella finanziato progetti più raffinati. In Italia manca una forte industria del videogioco (esiste un solo sviluppatore di titoli per console), e quindi chi cerca mecenatismo ha praticamente una sola opzione: gli enti pubblici.

Ma come sappiamo, in Italia ciò che è pubblico non è di nessuno, coi risultati che ben conosciamo in ogni settore. Leggi tutto…

Trenitalia e l’ora legale

Parafrasando Gioele Dix, io sono un pendolare, uso il treno per andare a lavorare, e in quanto tale… Non passa settimana (a volte giorno) senza che Trenitalia ne combini una delle sue. Una gag ricorrente (perché, diciamocelo, non può essere un errore sincero, ci deve essere dell’ironia dietro) è quella degli orologi regolati a caso, compreso quello del grande tabellone digitale nella sala d’attesa, che, in quanto digitale, uno pensa che sia sempre puntuale, o perlomeno facile da sistemare. Non è così, a quanto pare, visto che non solo i vecchi orologi a lancette sui binari sono spesso sbagliati e quasi sempre discordi tra di loro (mi dissero, una volta, che “bisogna far venire l’operaio” per regolarli), ma anche quello della sala d’attesa segna talvolta le 03:21 quando in realtà sono le otto meno un quarto.

Come ben sappiamo, tra sabato e domenica è entrata in vigore l’ora legale. Stamattina entrando in stazione stavo già pregustando orologi indietro di un’ora, quand’ecco che butto l’occhio sul tabellone elettronico e vedo che segna… (rullo di tamburi…) le 08:41! Incredibile, siore e siori, un altro entusiasmante numero da chi non cessa mai di stupirci! Ben più banali, gli orologi sui binari segnavano invece l’ora giusta.

Cosa può essere successo? La mia ricostruzione è che si siano sommati l’intervento di un ferroviere zelante (ma… esisterà?!) e quello di un sistema automatico, cosicché alla fine si è andati avanti di due ore. Il risultato è che oggi (e fino a chissà quando) la stazione di Vercelli risiede non nel fuso orario UTC+2 (Roma, ora legale), ma UTC+3: Sofia, ora legale. I colori della bandiera sono simili, forse si sono solo confusi, con tutti questi tricolori appesi ai balconi. Buon viaggio, con Trenbulgaria!

Il monumento dimenticato al Reggimento “Cremona”

28 marzo, 2011 30 commenti

Tra la Giornata Nazionale del FAI, la presentazione del libro di Sgarbi, e una città che va riscoperta col naso per aria, sabato sono stato in giro tutto il pomeriggio – e ho avuto il mirino appoggiato sull’occhio piuttosto a lungo. Mentre fotografavo una targa dedicata ai fratelli Garrone, eroi vercellesi della prima guerra mondiale, un passante (del quale conosco solo il nome, Giovanni, e che ringrazio) mi ha segnalato un monumento militare nell’ex caserma Garrone. La caserma, che ospitava il 3° Gruppo Artigliera campale “Pastrengo”, fu chiusa nel 1991, e da allora più volte il Comune di Vercelli ha cercato di acquistarla per destinarla prima al Politecnico di Torino e poi all’ITIS “Faccio”, ma senza successo. Lo stabile è ancora proprietà del Ministero della Difesa, ma da qualche anno il cortile interno è stato adibito a parcheggio gratuito.

Proprio in fondo al parcheggio, quasi a ridosso dell’edificio della caserma, si trova un piccolo giardino, circondato da alberi e con un percorso lastricato nel centro. In mezzo a questi alberi ricoperti d’edera e al terreno cosparso di foglie, è possibile, con un occhio attento e un po’ di fantasia, scorgere il monumento. Si tratta di una lapide con un cippo, sul quale è incisa la dedica Ai caduti 22° Rgt. Fanteria “Cremona”.

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La battaglia della Bicocca (Novara), 23 marzo 1849

Ossario della Bicocca

Nel 1848, Carlo Alberto, re di Sardegna, diede seguito all’insurrezione popolare delle Cinque Giornate di Milano dichiarando guerra all’Impero Austriaco. Il 23 marzo, cinque divisioni dell’esercito piemontese attraversarono il Ticino e ricevettero una nuova bandiera, il tricolore.

La guerra iniziava sotto i migliori auspici: Radetzky era scappato da Milano con l’esercito, arretrando verso il Quadrilatero tra il Mincio e l’Adige (Mantova, Peschiera, Verona, Legnago). Ma l’avanzata dei piemontesi, aiutati da altri eserciti italiani, fu lenta. Nonostante una storica vittoria a Santa Lucia, alle porte di Verona, l’esercito (guidato dal generale vercellese Eusebio Bava) non prolungò l’offensiva e diede tempo agli austriaci di riorganizzarsi. Radetzky, che aveva considerato il Lombardo-Veneto perso, contrattaccò, e dopo qualche mese riuscì a riportare il fronte tra Milano e il Ticino, costringendo Carlo Alberto ad un armistizio il 4 agosto.

Il diminuito prestigio militare di Carlo Alberto e le nuove spinte repubblicane e interventiste spinsero il Re a riprendere le ostilità nella primavera successiva, il 20 marzo. Radetzky non si fece cogliere impreparato, e avanzò da Parma verso Pavia e oltre il Ticino – non ostacolato, in questo, dai soldati piemontesi agli ordini del generale Ramorino, che disobbedendo al piano di guerra si portò da Alessandria (dov’era il grosso dell’esercito) verso l’Oltrepò Pavese. Le sconfitte subite nel Pavese e nel Milanese costrinsero l’esercito piemontese a ripiegare su Novara.

A Radetzky la ritirata verso Novara parve incredibile. L’esercito sardo sarebbe rimasto diviso in due tronconi, ad Alessandria e Novara, lasciando scoperte le posizioni tra Vercelli e il Po; decise così di dirigere il grosso dell’esercito austriaco su Vercelli, lasciando solo un ridotto II Corpo d’Armata ad avanzare verso Novara. Il generale polacco Chrzanowski, che guidava i piemontesi attestatisi a Novara, poté così contrattaccare il II Corpo austriaco. Radetzky, accortosi dell’errore, lasciò Vercelli, puntò su Novara e schiacciò l’esercito sabaudo in località Bicocca il 23 marzo, esattamente un anno dopo l’inizio delle ostilità.

Ossario della Bicocca

La sconfitta fu decisiva. Carlo Alberto abdicò, lasciando al figlio Vittorio Emanuele il compito di firmare la resa. La giovane età di Vittorio Emanuele II e la necessità di non esporlo ad un rinnovato sentimento rivoluzionario convinsero Radetzky ad ammorbidire le condizioni della pace. Vittorio, tuttavia, si rivelò tenace e non si piegò alle pretese di annullare la costituzione concessa dal padre nel 1848 (fu per questo soprannominato “il re galantuomo”), e fu invece promotore delle iniziative nazionalistiche che avrebbero portato nel giro di appena dodici anni alla proclamazione del Regno d’Italia.

Il Comune di Novara fece erigere, nel 1878, un monumento commemorativo della Battaglia della Bicocca. Tale monumento sorge su Corso 23 Marzo 1849, dove un edificio piramidale raccoglie senza distinzione i resti dei soldati austriaci e piemontesi. L’Ossario fu finanziato con una sottoscrizione pubblica a livello nazionale.

Queste e altre foto sono visibili sul mio set su Flickr.

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