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Lapalissiano

È ovvio!

Ricordo che quand’ero piccolo qualcuno mi disse che “lapalissiano” deriva dal nome di un filosofo greco, un certo Lapalisse, che diceva cose talmente evidenti che il suo stesso nome divenne sinonimo di ovvietà. So riconoscere la verosimiglianza quando la vedo, e bisogna dire che Lapalisse sembra proprio il nome di un seguace di Anassimene, un po’ come ci sta che Pdor sia figlio di Khmer. Per fortuna, tuttavia, questa etimologia così deludentemente noiosa è falsa: si vede che da piccolo facevo troppe domande difficili, e ogni tanto a qualcuno coglieva la sacrosanta voglia di farmi stare zitto. Ma non è di questo che voglio parlare oggi.

Voglio raccontare invece la vera origine del termine “lapalissiano”. In realtà se sia quella vera al cento per cento non lo so; esistono alcune versioni che si distinguono per alcuni dettagli minori; vorrete perdonarmi se ne scelgo una, quella più interessante.

Tutto iniziò a Lapalisse, cittadina francese di circa 3000 abitanti nei pressi di Vichy. A Lapalisse (che in occitano si scrive staccato: La Paliça) nacque nel 1470 Jacques de La Palice, nobiluomo coetaneo di re Carlo VIII. Al servizio di Carlo, La Palice iniziò una brillante carriera militare, che lo vide raccogliere successi soprattutto nelle campagne di espansione verso l’Italia. Dopo una serie di battaglie dai risultati altalenanti tra la pianura padana e i Pirenei, si ritrovò all’inizio del 1525 a dirigere l’assedio di Pavia. Qui, all’arrivo dell’Armata Imperiale spagnola, ebbe inizio la battaglia di Pavia; le forze imperiali ebbero la meglio sull’esercito francese, che subì una sconfitta memorabile. Quasi tutti i generali e persino il re Francesco I furono fatti prigionieri; il nostro generale La Palice fu giustiziato pochi giorni dopo.

La cattura del re in una battaglia è l’onta più grande che un esercito possa subire; un generale che ritorna in patria dopo una disfatta del genere sarebbe sicuramente disonorato. Questo a La Palice non accadde; tuttavia, viste le sue numerose vittorie, gli si volle comunque rendere onore con un epitaffio che avrebbe dovuto celebrare la sua gloria. Si incaricò dunque uno scalpellino di incidere sulla lapide questa epigrafe:

Ci gît Monsieur de La Palice. Si il’ n’était pas mort, il serait encore envié.

Qui giace il Signor de La Palice. Se non fosse morto, sarebbe ancora invidiato

Secondo il racconto di alcuni, lo scalpellino sarebbe stato un artigiano milanese. L’esercito francese, infatti, ritirò verso Milano prima di ritornare in Francia. La regione a quel tempo era piuttosto trafficata: francesi che arrivavano, spagnoli che se ne andavano, armate imperiali germaniche che passavano di lì per caso, poi tornavano gli spagnoli; insomma, per dirla con le parole di Peppone, “L’Italia è un porto di mare, c’è arriva e c’è chi parte, ma come si fa a sapere chi arriva e chi parte se parlano tutti forestiero?”. Lo scalpellino milanese, quindi, aveva un’infarinatura di francese, ma forse non abbastanza da cogliere l’importanza degli accenti. Si dimenticò così di accentare l’ultima parola, e, complice anche la spaziatura non proprio ben definita, la lapide infine recitava:

Capitan Ovvio de La Palice

Ritratto di La Palice, reinterpretato in chiave moderna

…Si il n’était pas mort, il serait encore en vie.

…Se non fosse morto, sarebbe ancora vivo.

Ecco quindi spiegato come mai un generale francese del XVI secolo sia diventato sinonimo di ovvietà e scontatezza. Grazie alle ricerche di Edmond de Goncourt, veniamo a sapere inoltre di una canzone popolare che dileggiava La Palice citandolo come protagonista di certe banalità, come la mirabile impresa di essere stato vivo due giorni prima di morire. La canzone racconta anche che La Palice era un tale gentiluomo che non indossava mai il cappello senza coprirsi la testa, e che ci teneva a festeggiare il Martedì Grasso proprio alla vigilia del Mercoledì delle Ceneri.

La tomba di La Palice fu in seguito distrutta dai giacobini, e quindi l’epitaffio originale è andato perduto per sempre. Forse non sarà mai possibile scoprire cosa sia venuto prima, se l’errore sulla lapide o la canzone e lo sberleffo, ma il nobile francese ha involontariamente creato un neologismo, e per questo lo ricorderemo per sempre. O almeno, finché non ce ne dimenticheremo.

PS: secondo voi, come si chiama l’atto dell’essere lapalissiano? Lapalissianità? :-)

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  1. amuart
    10 gennaio, 2013 alle 12:30 | #1

    cavoli io ed un amica discutiamo da anni sulla corretta origine di questo termine meraviglioso!!!

    • 10 gennaio, 2013 alle 12:32 | #2

      Quali erano le vostre ipotesi? Sono curioso di sentire se la storiella del filosofo greco ha rivali… :-)

  2. 11 gennaio, 2013 alle 19:40 | #3

    Se mi avessi chiesto prima… te lo avrei detto! Lo so dall’eta’ di 10 anni perche ricordo il fatto della canzone citata in un racconto di Gianni Rodari…

    • 11 gennaio, 2013 alle 19:46 | #4

      Tra i nostri vari argomenti di conversazione non c’erano spesso i filosofi greci né i generali francesi, e Rodari non è mai stato tra i miei autori preferiti. Poi ormai tu con la storia francese andrai a nozze, no? ;-)

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